Centro Naturalista Italiano

 

PANAKEIA

 

Eterno presente

                                                                                                                                sparafucile

 

 

 

FUMANDO E PENSANDO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ho voglia di uscir a piedi questa sera. La mia preferita - quella che mi accompagna nelle escursioni notturne è sul tavolo con la pancia colma del tabacco delle grandi occasioni. Non ho impiegato quel tempo che solitamente richiede una funzione importante, quasi sacrale, come quella di riempire il fornello della pipa Savinelli del centenario, e sbrigativamente ho calzato le scarpette da ginnastica e sbattuto la porta di casa dietro le spalle. Il fascino di una sgambata serale mi sottrae alla sicurezza della casa e come ad un ancestrale richiamo, ubbidisco ad esso.

 

Attraverso, il borgo svolto a sinistra abbandono l’ulti­ma casa e come per incanto mi immergo nella campagna. Ora la natura e l’ombra mi guidano a delle sensazioni sempre particolari; la notte è calda siamo alla metà di agosto la nuvola di fumo aromatico che esce dalla pipa mi avvolge per seguirmi poi brevemente. Scivolo silenziosamente tra la distesa di granoturco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Più m’inoltro nella campagna lontano da fonti luminose, maggiore è lo spettacolo del firmamento scintillante e misterioso, e lo spettacolo così smisurato mi-fa-dimenticare di essere un uomo solitario nella notte nera e ne traggo altri e confortanti colori. L’animo si riscalda al tepore di questa notte d’Agos­to e m’illudo che queste piacevoli sensazioni mi siano donate in esclusiva. Non posso far a meno di notare come la campagna in pochi lustri sia cambiata in peggio. Da tempo ormai non odo il gracchiare delle rane; il grillo con il suo meraviglioso frinire ha smesso d’invitare dal buco della tana una compagna per le nozze e le graziose lucciole dove sono finite? Ora la distesa di granoturco è silente orfana di questi piccoli compagni. Una

remunerativa monocoltura si è appropriata di tutto lo spazio disponibile; un tempo ogni campo era delimitato da filari di gelso e viti tra gelso e gelso un canale per l’irrigazio­ne si dipanava tra essi.

 

 

 

 

 

 

 


Mi affiorano alla mente tanti ricordi. Ve-ne-racconterò qualcuno restando sul tema granoturco come quando da bambino con altri amichetti ci inoltravamo come esploratori tra il suo ruvido fogliame animandolo di grida, festosi richiami e divertite risa fanciullesche. Nascosti nell’intri­co di gambe tutte-in-fila, ne uscivamo spesso con qualche pannocchia rubata e nascosta sotto la canottiera che poi, infilzata ad una bacchetta, tentavamo di abbrustolire ad un fuoco di fortuna dentro un profondo fossato. Quasi sempre scoperti, per la nostra ingenuità di bambini

che non tenevano in conto il fumo che si levava, l’arrabbia­to proprietario puntualmente avvertiva mio padre per i ceffoni del caso. Dopo tanti anni non li ho dimenticati, come non ho dimenticato il rustico sapore della pannocchia da latte abbrustolita e divisa a bocconi con i miei compagni.

 

Il campo rimane tristemente abbandonato anche dai lavoranti di un tempo che si recavano con cesti e sacchi a “descapare”. Si udivano robuste voci; più-in-la un fitto chiacchiericcio e spesso allegre canzoni popolari sull’aia delle case; ora un’efficiente mietitrice meccanica svolge l’operazione freddamente.

 

 

 

 

 


Mi sovvengono pure i racconti di fumatori che in tempi di miseria e privazioni si accontentavano di fumare le “barbe” di pannocchia arrotolata su una foglia di granoturco.

 

In compagnia di questi pensieri mi sono avvicinato alle mura di una villa immersa nel silenzio e

nell’oscuri­tà. Qui, come è mia consuetudine mi siedo su un manufatto in cemento compatto con lo stoppino, il tabacco della pipa, e mi dispongo all’osservazio­ne del cielo.

 

La posizione lontana da luci artificiali è ideale; la luna sta-sera sfoggia un colore estivo come una-grossa albicocca matura e succulenta in un’aureo­la di un giallo asprino, chissà che questi colori non abbiano ispirato i trovatori oppure guidato le cavalcate notturne di don Chiscotte alla ricerca della sua Dulcinea o magari i primi astronomi-astrologi della storia Assiri Babilonesi! Egizi o Cinesi che fossero mi sembra di vederli con-i-loro curiosi copricapo avvolti in ampi mantelli per ripararsi dall’addiacc­io di quelle lontane notti della storia umana a vergare d’inchiost­ro rotoli di papiro.

 

Mi piacerebbe pensare che qualcuno di loro abbia tratto da quelle osservazioni il convincimento della rotondità della terra ma che poi considerando pericolosa l’idea per il pensiero del tempo quando si pensava che la stessa fosse piatta l’abbiano sottaciuta e perché no anche l’intuizione della fissità del sole con i pianeti che gli giravano attorno.

 

 

 

 

 

 


Come uno spartito musicale, il firmamento scintillante di note senza tempo non può che mettere l’uomo a fronte di fondamentali perché ed inevitabilmente ci si scontra con domande senza risposta: perché l’universo ha miliardi galassie? Perché è così smisurato? Ha un creatore? E così via fino a perdersi; la mente umana è limitata a confronto di un disegno così ciclopico, anche il pensiero dei più raffinati filosofi di ogni tempo naufraga su questi scogli.

 

L’universo, solo in apparenza silente, soggiace alle stesse leggi fisiche terrestri. Si nasconde e si muove. Come nella savana esistono predatori e prede, stelle che nascono stelle che muoiono, stelle e pianeti che vengono fagocitati da buchi neri, luce compresa. La legge della vita e della morte è legge universale. Di una cosa sono convinto; che creature che non riusciremo mai a contattare si pongono i miei stessi interrogativi!!

 

Dialogare con questi mondi può sembrare impossibile. Non è vero. Se ti apparti in un punto favorevole come quello in cui ora io mi trovo, ti accorgerai che gli spazi siderali non sono sufficienti a separare le sensazioni che viaggiano negli spazi infiniti. Il pensiero è l’astronave che li porta ovunque e la fantasia ti dischiude mondi inaspettati. Sognali e prenderai qualcosa da essi, i pensieri sono cavalli liberi che solcano ogni cielo. Per l’infinito.

 

 

 

 

 

 

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