Centro Naturalista Italiano

 

PANAKEIA

 

Confidenze

 

 

 

VOGLIO UN MONDO SENZA PAURA

 

 

 

 

 

La paura è una cosa tremenda, ti impedisce di fare ciò che senti e di esprimere il sentimento che provi. Se hai voglia di correre, ti costringe a camminare. Se hai voglia di gridare ti limita, consentendoti solo di sussurrare. Se conosci una ragazza che ti piace, la paura ti pren­de per mano, arrossandoti il viso per mascherare il sentimento che provi, togliendoti la capacità di parlare. Con una mano ti stringe il cuore e con l’altra la gola, facendoti morire.

 

 

 

 

 

 

 


Poco tempo fa, in un gruppo, conobbi una ragazza che non mi diceva più di tanto, anzi, mi era indifferente. Ma una sera a cena, tra poche persone, ebbi la possibilità di conoscerla meglio. Il tutto si sviluppò come segue: fu proposto ad una persona dello stesso gruppo, di organizzare una cena. La settimana successiva, una telefonata m’informò del gior­no e l’ora previsti.

 

Così, mi recai al ristorante e vi trovai due persone: due donne. Dopo i consueti saluti,

mi informarono che era nato qualche disguido per cui eravamo solo in quat­tro. Lo accettai tranquillamente, visto l’interesse per una semplice cena.

 

Dopo poco che eravamo parcheggiati in attesa della quarta persona, dalle chiacchiere, compresi che era un’alt­ra donna e con un po’ di fantasia, potevo benissimo immaginare chi fosse. Il tempo passava, ma lei non si faceva viva. Così, la sua amica, preoccupata le telefonò. Rispose, informandoci che era per strada, dall’alt­ra parte della città: ci volevano minimo dieci minuti, se non più, per arrivare al ristorante.

 

 

 

 

 

 

 


Nell’attesa, proposi di andar a trovare un agricoltore che abitava in una casa colonica non molto lontano e la proposta fu accettata volentieri, visto che alla domenica successiva, dovevano incontrarsi con altre persone proprio lì, per una scampagnata, al fine di conoscere e godere gli animali che vivevano allo stato brado. Per rendere più appetibile la visita all’azienda, era programmata la possibilità di gustare pranzo e cena a base di manicaretti sfiziosi.

 

Giunti alla fattoria, l’agricolto­re ci mostrò gli animali che alloggiavano nella stalla, poi quelli nel cortile, e tra questi i pavoni che pomposamente sfoggiavano la loro coda imperiale a forma di ventaglio, scor­tando le pavoncelle in un mondo di sogni.

 

In un batter d’occhio, il tempo volò. Così, salutammo il signore e ritornammo velocemente al ristorante, dove nel frattempo lei era arrivata e non vedendoci, pensò che fossimo andati via. Si può ben immaginare, che al nostro arrivo, tutto si trasformò in un sorriso!

 

Io la salutai con estrema indifferenza, ma nel vederla cam­minare, con quel vestitino semplice e delicato che indossava, scattò dentro di me, qualcosa di strano: non saprei spiegarvi bene. Gli occhi, come fari, seguivano ogni suo movi­mento. E non è finita! Mi accorsi che il cuore aveva incominciato a pulsare diversamente dal suo ritmo normale e la cosa mi colpì, perché da diverso tempo non succedeva: da quan­do la morosa mi aveva lasciato... quattro anni prima!

 

 

 

 

 

 


Un profondo respiro - avanti come niente fosse, entrammo nel ristorante dove tra due risate ed uno scherzo, arrivò l’addetto che ci invitò a seguirlo fuori nel giardino, conducendoci verso un tavolo per quattro persone. Seduti “come il caso voleva”, me la trovai di fronte. Di primo impatto, mi limitai ad ascoltare il più ed il meno che le tre donne si raccontavano.

 

Con disinvoltura, ascoltavo il loro pensiero, il modo che avevano di vedere e descriversi la vita. Così provai interesse, alle parole che diceva. Sì proprio per lei, per il suo modo di pensare.   Strano ma vero! Mi colpirono tremendamente la sua sottigliezza, la sua sensibilità. Non l’avrei mai sospettato! Mentre continuava a parlare, mi sconvolse profondamente il modo in cui si esprimeva... Sono tutt’ora meravigliato: tutto accadeva in maniera strana, non sapevo spiegare la sintonia che legava le sue parole al mio modo di pensare o meglio ancora di vivere. Senza volerlo, da quel momento le orecchie incuriosite, non persero nessuna briciola delle sue parole!

 

Finita la cena, ci fu qualche diverbio su come completare la serata. Così ci salutammo ritornando a casa e nel percorrere la strada, le sue parole viaggiavano indisturbate nella mia mente. Da una parte ero contento di averla conosciuta..., ma da un’altra mi sentivo combattuto per la difficoltà che percepivo nel poterla conoscere meglio.

 

Sia chiaro che per  “meglio”, non intendo quel tipo d’interess­e espresso da un uomo a caccia di donne, ma curiosità per l’interesse vissuto, nel rivivere mentalmente la sua spontanea sincerità. Era una sensazione fresca, ricca di stupore.

 

 

 

 

 


La domenica successiva, come da accordi presi con altre persone, verso le undici mi recai alla fattoria, per la visita guidata, seguita da pranzo e cena. Detto sottovoce, speravo di rincontrare la ragazza, per il piacere di respirare il profumo che una donna speciale lascia nell’aria quando cammina!

 

Tra altra gente, giunse mezzogiorno e dopo aver mangiato, rimasi ancora un po’, impaziente, fino alle cinque pomeridiane. Era una giornata calda. Pur essendo all’ombra degli alberi mi sentivo stanco ed annoiato, così salutati tutti, me ne andai a casa e giunto nell’appartamento, mi liberai dei vestiti per farmi una doccia fresca, desideroso di stendermi per riposare.

 

Solitamente, quando vado a letto, assumo una posizione di rilassamento che stimola il sogno, ma attualmente la rifiuto, perché i sogni mi portano a rivivere uno stato vivo di sofferenza per cui, assumo una posizione diversa, senza alcun coinvolgimento emotivo.

 

Appena disteso, il telefono suonò e senza chiedermi chi potesse essere, di scatto mi alzai per rispondere. Stupito di sentire la sua voce, per un attimo la mente fu vuota, in confusione tra sogno e realtà. Con fare brioso, mi disse che era arrivata in fattoria e mi avrebbe aspettato, per cenare assieme.

 

Così mi rivestii, presi la macchina, ed ascoltando la radio, mi recai all’azienda. Lei mi venne incontro, porgendomi la mano con un sorriso, mi presentò ai suoi amici e dopo una breve passeggiata nel cortile, ci sedemmo al tavolo per mangiare.

 

 

 

 

 

 


Tutto bene, e che bello percepire di sentirla vicina: era come conoscerci da sempre! Il tempo passò velocemente, portando sopra di noi, nuvole che scaricarono acqua a catinelle.

 

Siccome i tavoli erano sotto un gazebo, la piog­gia vi batteva a dirotto senza riposo, così per limitare il bagno dei piedi, salimmo sopra alla panca su cui

eravamo seduti.

 

Lei mi era vicino, almeno così sentivo. Un uomo alticcio in un altro gazebo, salì sopra il tavolo e all’impatto cedettero le gambe dei cavalletti che lo sostenevano. Tutto, cadde per terra con cocci e vetri sparsi intorno mentre la pioggia continuava a cadere. Visto il caso, pensai di entrare nella casa dove lei mi seguì, prendendomi per mano ed i suoi amici ci imitarono. Giunti in cucina, trovammo caffè d’orzo già pronto, ed io ne chie­si uno per ciascuno.

 

Poi la pioggia si calmò e tutto ri­tornò quasi alla normalità. qualcuno diceva che l’acqua aves­se sommerso le ruote di alcune macchine che avrebbero avuto difficoltà ad uscirne. Supposi che la mia fosse tra queste, quindi chiesi in prestito un ombrello e pian piano mi incamminai. Contemporaneamente, lei ed i suoi amici, mi seguirono per riprendersi l’ombrell­o. Visto che la macchina non era in pericolo glielo restituii, ci salutammo e la festa fini. Un po’ triste ritornai a casa, per rifugiarmi tra le lenzuola in silenzio, ed il sonno mi portò con sé, fino al mattino del lunedì quando andai sotto la doccia fresca, per risvegliarmi meglio. Dopo, andai in cucina per mangiare un frutto, quindi, ripresi le mie attività lavorative. Scrivendo, a tratti frullava il suo ricordo ed io, le confidavo il mio sentire, le mie emozioni, chiedendole consiglio su ciò che stavo facendo. Lei  mi rispondeva, ed io l’ascoltavo con gioia. La sentivo vicina e ciò mi rendeva sereno e felice. Nel tempo, crebbe la voglia di conoscerla veramente, di parlarle, di confrontare il nostro modo di pensare, di sognare.

 

 

 

 

 

 

 


Quella sera, cenando alla fattoria, parlando con i suoi amici, disse che il sabato successivo avrebbe partecipato ad una rappresentazione teatrale nel suo paese. Prima di lasciarci le chiesi di telefonarmi per informarmi dove e a che ora si sarebbe svolta la recita. Ma quel sabato fu greve di silenzio. Così, presi il tutto come niente fosse, sussurrandomi mentalmente di non badarci. “Non preoccuparti, sono cose che possono succedere”. “Tran­quillo”. “Accetta”. Quin­di, uscii a fare due passi, tra i filari di un campo di viti.

 

Sempre alla cena disse che il lunedì successivo avrebbe com­piuto gli anni ed io pensai di inviarle un mazzo di rose. Fu così, che il sabato decisi di andare dalle sue parti alla ricerca di un fiorista, per facilitare la consegna dei fiori presso la sua abitazione.

 

 

 

 

 

 

 


In paese, chiesi qua e là, dove trovare un negozio di qualità, anzi... il migliore! Qualcuno mi indicò dove avrei trovato una fioreria, così come io desideravo e dove - certamente - potevo soddisfare i miei desideri...

 

Parcheggiata la macchina, la raggiunsi, entrai, salutai la commessa e le chiesi se aveva dei fiori bellissimi per realizzare un sogno. Con il meglio delle mie parole, precisai, che mi servivano per un pensiero, ad una ragazza semplice e molto sensibile.

 

“Non si preoccupi, qui abbiamo molte cose, sono convinta che potrà trovare quello che fa per lei, è solo questione di scelta”. Di primo impatto mi sentii soddisfatto, ma non trovavo niente di speciale, tutto era nella normalità. Ero deluso e sul punto di andarmene via, per cercare qualcos’altro di diverso. Non volevo farle il solito regalo: avrei banalizzato tutto.

 

E poi, andando verso l’uscita, scorsi un’orchidea bian­ca, che mi colpì al solo vederla: quel fiore le si adattava alla perfezione.

 

 

 

 

 


Chiamai la commessa, invitandola a confezionarla a modo mio. Poi soddisfatto, chie­si, di consegnargliela lunedì a mezzogiorno. Scrissi un bigliettino, riportando la destinazione, e vi racchiusi, il desiderio di conoscerla in amicizia.

 

Il compleanno, pass­ò. Anche i giorni dopo passarono, senza mai sentire la sua voce. Soffrendone, accettai con tranquillità, perché è da tempo che cerco di non illudermi. Con

questo, non è che ami la parte dello sconfitto o del perdente. Semplicemente ho scelto di non pretendere nulla da nessuno.

 

Potrebbe essere, che sia già impegnata e desideri rispettare  il bene che prova per il suo uomo. Oppure, che provi un certo timore nei miei confronti. Magari, finché le cose “viaggiano” a livello di amicizia - tutto bene - ma qualora prendano una piega diversa, scatta la tendenza di porre le mani avanti, per timore di essere coinvolta e pertanto, di soffrire inutilmente.

 

Amerei sapere che cosa pensa, che concetto ha di me, come vede un rapporto di amicizia, se ha  fiducia negli uomini - in special modo quelli appena conosciuti... Può anche essere, e avrebbe certamente ragione, di desiderare un po’ di corteggiamento. Se così fosse, ne sarei felice. Felice!

 

 

 

 

 

 

 


Strappata dai denti, c’è una verità che pochi conoscono: il sottoscritto con le donne, non riesce facilmente ad attaccare bottone...!

 

Quello che scrivo, è frutto di un condizionamento derivante dalla vita passata, da sogni mai realizzati, da aspettative soffocate e racchiuse dentro un cassetto.

 

Se il pensiero di un fiore, ti ha fatto  male, perdonami, non era nelle mie intenzioni,

desideravo esprimerti quanto sei importante. Può darsi che queste parole, vadano contro vento...: abbi pazienza, ho solo cercato di superare la tempesta che tormenta e fa scricchiolare il mio cuore!

 

Credimi, mi renderesti molto felice, concedendomi la tua amicizia.

 

Ciò che dirò, potrà farti ridere. Quando conosco una donna che mi piace, come te, solitamente succede qualcosa di particolare: improvvisamente fioriscono nella mia mente, problemi strani e impensati. Per primo, la paura che condiziona il coraggio di esprimermi, per timore di essere frainteso, di essere invadente, di non saper rispettare lo spazio degli altri.

 

Come vedi, mi lascio condizionare da molte paure. Paura di essere rifiutato, non tanto dalla gente, quanto da qualcosa che mi tormenta l’anim­a: è come se avessi paura di me stesso, di qualcosa che mi stringe la gola...

 

 

 

 

 

 

 


Al momento, la vita è difficile. Da una parte vorrei cercarti per esprimerti ciò che sento, dall’altra la mente mi blocca, gridandomi: “lasciala perdere, smettila di essere testardo, non ti rendi conto che stai sbagliando tutto?

 

Dentro di me, sento pulsare la voglia di vederla, di sentirla, di scoprire il piacere che proverei nel conoscerci. Ma poi come sempre, sono un tardone, vado a

nascondermi sotto le foglie di un cavolo per stare lì coatto, fin che il tempo cambia. Più volte, assumo le sembianze di una talpa, che esce di rado dalla tana, per sgrondarsi eventuali gocce d’acqua, e come niente fosse successo, ritorna in letargo, lasciando che la vita continui il suo cammino.

 

Ciò che mi risulta difficile, è il primo passo. Dopo, le cose pian piano, camminano da sole. Devo solo trovare l’intelligenza e l’astuzi­a, per fare il primo passo. È come cam­minare sopra le sabbie mobili:   l’incertezza potrebbe trasformarsi in un “gallo segna vento”, che gira secondo come vanno le correnti d’aria. Cosa intendo dire? Più la persona mi piace, più la mente mi tormenta spostando la volontà in direzioni non desiderate, costringendomi ad utilizzare molta energia, per ritornare in strada.

 

 

 

 

 

 

 

 


Non è solo la paura di essere rifiutato che mi limita. Senza volerlo, riemerge il timore che da piccolo provavo verso mia madre. Facevo la parte del buono, anche se non lo volevo. Non è facile credetemi, è da tempo che sto lottando per liberarmi da queste catene ormai vecchie e arrug­ginite, ma ancora dure da rompere e spezzare!

 

Da bambino, prendevo le botte senza dire una parola come volessi dirle “grazie mam­ma”! Non è che mi piacesse prenderle, ma era un modo come un’altro per implorarla a non lasciarmi da solo.

 

Vivevo in un mondo in cui avevo paura della mia stessa ombra. Per racchiudere tutto nel cassetto del dimenticatoio, bastava un semplice sorriso, e tutto ritornava come prima.

 

Immaginate che in quei momenti resistevo solo lasciandomi trasportare dall’illusion­e, sperando che alla sera, quan­do andavo a letto, potesse venirmi a rimboccare le lenzuola. Non ho mai sentito una mamma, almeno tra quelle che conoscevo, dire a suo figlio: “Ti voglio bene”, e tanto meno l’ho sentito esprimere tra mio padre e mia madre. Che triste la mia infanzia! E che povera di tenerezza...

 

Allora gli uomini, quando parlavano, lo facevano a voce alta. Più di una volta ho pensato: boh, forse sono sordi, per gridare così tanto. Ciò che sapevano fare, era solo farmi paura, dicendo: “devi fare quello che ti dico, altrimenti ti mando a letto senza mangiare...

 

 

 

 

 

 

 


Sempre da piccolo, non ho mai sognato di volare... sono sempre rimasto racchiuso dentro ad una gabbia come un coniglio da ingrasso per essere poi scannato. Sì, scan­nato della libertà. Quando facevo qualcosa che non andava, la caramella più dolce che mi offrivano, era una tirata di orecchie, e poi a letto senza piangere, altrimenti botte ancora.

 

Ho sempre dormito da solo, anche se di fatto, mio fratello più grande, dormiva con

me. Ma non l’ho mai visto. Veniva a casa a ore tardi, ed io dormivo già da un pezzo.

 

Alla mattina si alzava prima per andare a lavoro, mentre io stavo ancora sognando mondi impossibili da vivere. Erano tanto belli!

 

Oggi come oggi, vorrei veramente costruirmi un mondo privo di paura. Mi sto impegnando seriamente, anche se cosciente che il passo non è facile: troppi ricordi mi assillano con­dizionandomi la vita. Ma vorrei dire basta. In ogni momento lavoro per trovare la forza che mi consenta di superare le paure più grandi, quelle “genetiche”, imposte dai genitori e dalla tradizione di quel momento, che in alcuni casi persiste ancora. Qualche passo l’ho fatto e ciò mi rende felice. Comunque, cerco di cam­minare a volto alto, senza fermarmi sotto l’ombra del primo albero che incontro. È da troppo tempo che sto soffrendo inutilmente e senza colpa, è giunta l’ora di mandare tutti i ricordi, a farsi friggere con olio fresco, di prima spremitura. Che cuociano bene almeno loro!

 

 

 

 

 

 

 

 


Scusatemi un attimo, adesso vorrei dire due parole a lei. Sì a lei! Perciò vorrei che vi allontanaste un po’, per non leggere quello che scrivo. “Ascol­ta, lo sai che per me sei importante, anche se non riesco a dirtelo a voce. Se per caso, senti una carezza sulle guance, non aver paura. Ieri, l’ho consegnata al vento, pregandolo di portarla da te. E quando vai dormire, e i sogni ti trasportano in quel mondo che da tempo hai desiderato, dove ti senti serena e contenta, vivi, più intensa­mente che puoi. È il mondo che sto costruendo e desidero donarti. Un mondo senza paura”.

 

 

 

 

 

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