Centro Naturalista Italiano

 

PANAKEIA

 

Confidenze

 

 

 

PAURA DI ME STESSO

 

 

 

 

 

Sono il più giovane di sei fratelli e sin da piccolo non ho mai avuto il coraggio di esprimere la mia personalità. Ho sempre accettato le scelte e le imposizioni dei grandi, specie di mia madre, che non ho mai saputo contraddire. Tutto quello che mi diceva di fare, prontamente lo eseguivo impegnando al massimo le mie capacità, per dimostrare che ero buono, ubbidiente e bravo con la speranza di poterle rubare qualche stretto sorriso, che nonostante ciò, mi avrebbe riempito il cuore di gioia, nella speranza, che per lei ero importante. Di fatto però, non ho mai sentito "quel­la grinta" che consente la reale crescita di un bambino. Da piccolo non ho saputo esprimere la mia aggressività, la  reprimevo per poter essere accettato dai grandi, generando uno scarso sviluppo nell'ambi­to sessuale; mi comportavo con indifferenza, passività e paura anche nei rapporti amichevoli, con le ragazze coetanee. Ho sempre avuto paura di contraddire le imposizioni espresse dai grandi: genitori, fratelli, che hanno fortemente contribuito a disturbare quella fragile capacità di riavere l'affetto perduto.

Le suore dell'asilo mi hanno immerso maggiormente nel fango della paura. Quando ritornavo a casa ero pieno di lacrime agli occhi e di gocce che pendevano dal naso; il tutto, accompagnato da un qualcosa che riempiva abbondantemente le mutandine emanando una puzza che si annusava anche da lontano, e da un gocciolio che scorreva giù per le calzette fino a traboccare dalle “gaeosse” (scarpe). Seminavo uno stillicidio lungo la strada di terra bianca.

 

Il tempo passava, fisicamente crescevo e frequentavo le "scuole elementari".

 

Neanche qui, avevo il coraggio di far valere i miei diritti. Quante bacchettate sulle dita delle mani! E spesso venivo mandato fuori della porta in castigo. Quando ero seduto nel banco, non sempre riuscivo a tenermi dal correre in bagno a fare la pipì, così me la facevo addosso, bagnando il pavimento.

 

Finite le elementari sono stato iscritto in un istituto molto duro: il più severo della città e dintorni, per frequentare le tre "industriali". Anche qui è stata molto dura, in tre anni ero ancora in seconda. Mi hanno promosso ad ottobre, in seguito ai pianti di mia madre.

 

Compiuti i 14 anni, lei mi accompagnò presso qualche ditta, in cerca di lavoro. Solitamente le rispondevano che era meglio se avessi continuato a studiare, questo per non dirle che non sapevano cosa farsene di un bambino come me, tutto occhi spalancati ed orecchie a sventola. Finché mia sorella maggiore, grazie alle conoscenze del suo datore di lavoro, mi presentò al titolare di una ditta, nella quale venni assunto come apprendista e ne rimasi per 28 anni. Inizialmente fui una frana, ma poi riversando nel lavoro la mia profonda insoddisfazione per la vita, riuscii ad integrarmi conseguendo delle rispettabili promozioni fino a coprire il ruolo di progettista qualificato, questo anche

grazie alle scuole serali che frequentavo con esiti positivi. Si può dire, che trasportavo nel lavoro la repressione che mi assillava...

 

A 16 anni, per la prima volta mi hanno presentato una ragazza coetanea.... Nel darle la mano tremavo tutto, rosso come un peperone. Lei, neanche mi considerò fregandosene della mia presenza.   Per fortuna, altrimenti sarei morto d'infar­to ...

 

In realtà, non sono mai stato un cacciatore di donne! A circa 20 anni, quando si andava con i coetanei a ballare per le discoteche, la mia funzione preferita era quella di fare il palo. Mi sentivo indifferente all'attrazione verso una donna. La ragazza che poi ho sposato è stata lei per prima ad interessarsi di me. Per cui, preso dall'orgogl­io di avere anch'io una donna e da ciò che provavo sentimentalmente, ci sposammo. Per me è stato un passo importante nel sentirmi uomo, per lei, è stata l'occasio­ne per scappare dal padre.

 

 

Dopo due anni, nacque un figlio. In seguito ad un maturato disinteresse verso la mia persona, rafforzato da limiti e condizionamenti derivanti da un'educazione tradizionale che mi opprimeva, mi propose la separazione. Bonariamente l'accettai, come ho sempre accettato tutto, anche se con dolore.

 

Ho sofferto molto, non tanto perché rimanevo solo, visto che la solitudine era per me di casa, ma perché, ancora una volta avevo perso: la mia vita era un costante fallimento. Sentivo dentro di me, la persona più vuota ed insignificante, priva dei valori essenziali.

 

In questo stato di disperazione, me ne andai da casa, privo di qualsiasi cognizione. Iniziai a volare con il deltaplano e a pagaiare con il kajàk nei torrenti che trovavo. Ero fuori di testa, ogni mia azione era una fuga disperata.

 

In quei momenti particolari, tutto perdeva di valore, così pure la vita, anche se interiormente stava maturando una critica profonda verso me stesso, verso tutto ciò che sentivo influenzare negativamente il mio stato.

 

 

 

 

 

 

 

 


Questa presa di posizione, consentì d'indirizzarmi verso ricerche che coinvolgevano la parte sensitiva dell'essere umano, mettendo in discussione ciò che fino a quel momento rifiutavo di considerare importante. Lo stato di repressione che vivevo influenzava molto il mio sentire, deformando il senso dell'amo­re che per me era solo avere una donna e dividere momenti materiali che davano la banale impressione di essere maschio.

 

In seguito alla crisi matrimoniale, diverse cose sono emerse e tendenzialmente messe in discussione. Pian piano presi reale coscienza dello stato che possedevo e mi condizionava nel sostenere comportamenti privi di senso.

 

Così, in seguito ad un incidente avvenuto con il deltaplano, rimasi in coma per circa 45 giornate.  Passarono i giorni e lentamente mi ripresi, sia fisicamente che mentalmente aiutato anche dal praticare lo yoga e da un'alimentazio­ne vegetariana.

Rimasi appartato per un po' di tempo, finché conobbi un coetaneo che mi invitò ad uscire con lui a ballare. Conobbi diverse ragazze e stimolato, tentai di superare il blocco mentale verso di loro, lasciando emergere il desiderio di far l'amore. Tale insoddisfazione proseguì per circa cinque anni: tutto andava a gonfie vele, anche se cresceva il senso ingiustificato di quella esperienza. Ogni volta mi sembrava di essere, come un bidone svuotato.

 

Un giorno casualmente, conobbi una ragazza molto più giovane di me. Inizialmente non provavo una forte attrazione, ma ciò che mi aveva colpito di lei, era l'energ­ia che racchiudeva dentro. Anche lei sentiva di avere qualcosa d'interessant­e, però non riusciva a comprenderlo e quindi ad esprimerlo.

 

Frequentandoci e scambiandoci il modo di pensare, si sviluppò pian piano, un'attrazio­ne sentimentale profonda, sostenuta dal desiderio di scoprire noi stessi, donandoci l'amore, anche se, lei si sentiva ostacolata nell'esprimers­i. In seguito, comprese che ciò derivava da stati depressivi verso il padre; nel frattempo involontariamente li scaricava su di me, rovesciando aggressività, che condizionava il rapporto di coppia.

 

In quel particolare periodo, tutti e due stavamo attraversando una fase critica, alimentata da uno stato di competitività tra i nostri modi di pensare. Il peggio era, che ero convinto che il mio pensiero fosse quello giusto, ossia il migliore... l'unico!

 

Solo ultimamente presi coscienza, che era solo il "riempimento" della mia inferiorità. Fu per me, un altro dei tanti fallimenti che mi ha condizionato verso di lei, perciò, più che aiutarla, la condannavo con ogni mia parola ma in quel momento non ero cosciente dell'assurdo comportamento, anzi per me era doveroso. Ero convinto di aiutarla, mentre l'affogavo nella melma della disperazione.

 

L'accusavo che tra noi, non c'era dialogo, mentre successivamente ho compreso, che se non parlava era causa mia. Ogni volta che s'intavolava un discorso, ero io a tenere banco... Quando lei tentava di parlare, soffocavo i suoi discorsi, ribattendo con presunte convinzioni di saggezza ma era solo una coatta dimostrazione, che io ero il saggio....

 

Con il tempo, presi coscienza della presunzione del sapere, evidenziata dal fatto, che quando la lasciavo tranquilla a parlare, lei si esprimeva senza tanti pregiudizi. Perciò non era vero che non desiderasse o non fosse in grado di sostenere un dialogo, ero io che la obbligavo a tacere.

 

 

 

 

 


Nonostante ciò, riuscì a sopportarmi per ben otto anni. Forse quel qualcosa che ci teneva ancora assieme, può essere stato il desiderio e la bellezza nel far l'amore... Comunque, nonostante ciò, è riuscita a trovar la forza per andarsene.

 

Attualmente si sta’ impegnando nella sua crescita interiore, cercando di superare i

condizionamenti derivanti dalla famiglia, recuperando la bellezza che racchiude.

 

Quando se n'è andata, mi ha chiesto, nel caso in cui ci fossimo incontrati, di non parlare dei nostri sentimenti. Condivisi la sua richiesta, cercando così nel tempo di mantenere la promessa data. In realtà, ancora una volta ho mentito, non era vero che approvavo la sua richiesta, mi comportavo così, solo per mascherare la paura di perderla.

 

Quando eravamo assieme, il piacere di stringerla tra le braccia è sempre stato grande e mi riempiva il cuore. Mi manca quel piacere, non solo di stringere lei come donna, ma di ammirare la bellezza interiore, che le consente di donare un sincero amore.

 

 

 

 

 

 


Più volte ho desiderato di chiamarla, per proporle di ritornare da me. Ma ogni volta trovavo una scusa per non farlo. È già passato diverso tempo da quando se n'è andata, ogni volta che desidero chiamarla immancabilmente ricerco nuove giustificazioni per non farlo. C'e dentro di me una forte paura, che mi porta a dire no, scegliendo di vivere nella speranza, che ci sia in lei, ancora qualcosa di vivo che

possa riunirci per scambiarci ciò che di bello, racchiudiamo dentro.

 

Più volte la testa ha tentato di scoppiare, per rimproverarmi del mancato coraggio, nel non esprimere chiaramente ciò che provo. Poi un giorno come tanti altri, anche se diverso per la debolezza dell'intervento chirurgico che ho avuto, la testa mi scoppiò davvero. Mi trovai disteso,  privo di forze sul divano avvolto da uno stato di passività. Mi apparvero alla mente le seguenti parole: "Perché ogni volta ti comporti così, cercando affannosamente una scusa per non agire?". Un'alt­ra voce, sempre dall'intern­o, mi disse: "Non ti rendi conto di quanto bambino sei!   Vergognati... Credi di sapere tante belle cose, ma alla fine non sai niente. Sei un sacco di paglia vuoto, privo del senso della vita e del coraggio di esprimere i tuoi sentimenti. Vergognati...".

 

 

Presumo, di essere rimasto per diverso tempo in quella posizione. Forse per la prima volta, la mia mente ha smesso di pensare, o forse è meglio dire, che non mi ha perseguitato con le sue logiche ragioni. E' stato un momento di vuoto, sentivo ogni tanto il cuore battere, seguito da un profondo respiro. Non so per quanto tempo rimasi così. Ad un certo momento, apparve alla mia mente un forte senso di paura verso me stesso.

 

Rimasi per un attimo in sospeso, privo di alcuna riflessione sul fatto che vivevo. In seguito eseguii un profondo respiro, che consentì di comprendere il condizionamento e

la paura avevo, nelle scelte importanti della mia vita.

 

È come se avessi paura di essere giudicato e di non essere in grado di difendere il mio stato. Paura di essere considerato nessuno e di non riuscire a valorizzare le mie capacità. Paura di me stesso, privo di alcuna protezione. Paura del vuoto che mi circondava, con scarse prospettive di accrescimento. E così via dicendo...

 

Questo particolare momento, mi trasportò verso una profonda angoscia. Spontaneamente, eseguii un altro respiro, sentendo una voce salire dal cuore: "Dio perdonami e dammi la forza per conquistare il coraggio perduto, al fine di cambiare questa assurda situazione".

 

 

 

 

 

 

 


Successivamente sentii come un'altra voce venirmi dall'anim­a: "Fermati un po’, a prendere coscienza del tuo stato. Che Dio ti aiuti ad essere più umile, senza chiedere niente e ti dia la forza per vivere più completamente il reale senso della vita e dell'amore­".

 

Pian piano mi alzai, con il desiderio di respirare aria nuova. Così feci; me ne andai a camminare verso il silenzio, ascoltando i battiti del cuore e l'aria che accarezzava un volto pallido che doveva ancora riprendere il suo colore.

 

Da quel giorno, mi sento più sereno, anche se non ancora pronto per profonde scelte,  percependo però che il tempo è vicino, per incamminarmi verso la strada del  cambiamento.

 

La paura vissuta, da tempo tentava di esprimersi, ma era sempre stata soffocata da me che ne rifiutavo l’esistenza. Forse devo ringraziare questo stato di debolezza, che ha permesso di mettermi in discussione rendendo possibile la comprensione di me stesso, e l’impeg­no a ­riemergere da quel vecchio pozzo, che racchiude il senso della mia vita.

 

Tendenzialmente, mi sento più leggero, come se avessi tolto un grosso peso dalle spalle. Devo solo cercare di non mettermi in contraddizione con la paura che ho vissuto, ma rendermela amica, scemando così la sua importanza, che fino a questo momento ho sempre cercato di non riconoscere. Solo così potrò stringerle la mano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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