Centro Naturalista Italiano

 

 

 

PANAKEIA

 

 

 

Ricordi dell’infanzia

 

 

 

UN MOMENTO DA SOLO

 

 

 

 

 

 

Dopo tante storie d’amore e avventure a non finire, un giorno entrai in una crisi profonda e decisi di vivere “un momento da solo”.

 

Ultimamente mi ero innamorato di una ragazza fantastica, piena di vita e di voglia di amare che mi aveva “incastrato” con il suo modo di donarsi spontaneo e privo di pregiudizi. Voler restare da “solo” significava cercare degli spazi che mi consentissero di capire il senso delle emozioni che provavo e ritrovare, perciò, me stesso.

 

La mia famiglia era composta di nove persone: il padre, la madre, la nonna materna e sei fratelli dei quali io ero il più piccolo, il cuccioletto di casa. Così come un cucciolo la madre mi portava qua e là e come un cucciolo dovevo fare il bravo se non volevo che lei si arrabbiasse e mi picchiasse.

 

 

 

 

 

 


In quei momenti avevo molta paura e cercavo di adeguarmi il più possibile a quanto mi veniva imposto. Avevo paura di essere abbandonato perché ho sempre creduto che la mia nascita fosse dovuta al caso più che ad un reale desiderio dei miei genitori di avere un altro figlio.

 

Questo pensiero mi turba mol­to, anche adesso che sono adulto, ed in alcuni particolari momenti rivivo l’angosc­ia e la sofferenza di allora.

 

Proprio a causa di questo mio convincimento mi sono sempre imposto di essere buono per non correre il rischio che la mamma si pentisse di avermi generato e pertanto, mi rifiutasse.

 

A volte ero talmente “ammodo” che riuscivo perfino a strapparle qualche carezza e questo mi riempiva di gioia. Allora, lei mi portava sempre con sé, nei campi o sul fossato a lavare la biancheria; mi lasciava sul viottolo a giocare con sassolini, pezzi di legno e tutto quanto riuscivo a trovare per terra ed io con la fantasia, riuscivo ad inventare cose meravigliose.

 

Mi piaceva molto imitare la mamma nel fare il bucato e ci mettevo così tanto impegno che lei se ne preoccupava e mi sgridava perché quelle erano “cose da donne”. Ubbidivo sempre, facendo tutto quanto lei mi imponeva.

 

Quando mia madre doveva fare in fretta, mi lasciava a casa con la nonna. La nonna non era affatto paziente, specialmente quando aveva le sue giornate “no” o quando aveva bevuto un po’ più del solito. Spesso mi picchiava anche per delle sciocchezze; come quella volta quando giocavo con la gattina ed una palla, cosa che evidentemente alla nonna non garbava e dopo qualche sgridata, visto che non la smettevo, mi prese la palla, la tagliò in due con l’accet­ta e me la gettò in faccia.

 

Rimasi sconcertato perché non capivo il senso di quel gesto. Così mi misi a piangere e infastidirla, alla fine, venni picchiato perché piangevo e secondo lei, non la smettevo di darle fastidio.

 

 

 

 

 

 

 


Quando capivo che le stavo dando fastidio, cercavo di cambiare gioco ma avevo ugualmente  paura.    Alle volte andavo ad osservare le galline e mi divertivo a fare il verso del gallo o degli uccellini cercando di attirare la loro attenzione e magari la loro risposta.

 

Tutt’ora mi ricordo di cose avvenute quando ero ancora molto piccolo. Ricordo, ad esem­pio, di come, verso gli otto mesi, imparai a camminare arrampicandomi

sulla rete di confine, che circoscriveva il piccolo cortile sito appena fuori dell’uscio.

 

Dopo la colazione del mattino, mia madre mi faceva sedere sul marciapiede, all’aper­to, sopra una coperta, vicino alla porta di casa. Non volendo essere lasciato da solo, piangevo e mi pasticciavo il grembiulino di tela pulendomi le lacrime e la “pesa” che gocciolava dal naso.

 

Delle volte, quando ero un po’ più sereno, per passare il tempo mi divertivo a tirarmi su arrampicandomi con le manine sulla rete tentando di stare in piedi, oppure giocavo con qualche bottone o qualche striscia di stoffa che mi capitava per le mani.

 

I tentativi di rimanere in piedi, all’inizio avevano scarso successo tanto che inevitabilmente cadevo a terra e guai se la mamma non mi avesse imbottito per bene di pannolini con stracci di fortuna!

 

Poi, mano a mano che ripetevo i tentativi, diventavo un po’ più forte finché un giorno riuscii a muovere i primi passi da solo senza sorreggermi alla rete. Sentivo di avere vinto! ed ero orgoglioso, di quello che ero riuscito a fare.

 

Se in qualche momento non ero sufficientemente forte o preparato, mi impegnavo per trovare il modo di vincere la difficoltà.

 

Fin da piccolo mi gratificavo o mi auto punivo a seconda dello stato d’anim­o. Pensavo: se è successo è perché così doveva essere e dovevo al meglio parare il colpo o prendere la palla al balzo usando al massimo la mia intelligenza.

 

Ancora oggi sono così, manifestando la caratteristica di una persona prettamente razionale. Si sa che le difficoltà acquistano o perdono gravità secondo chi che le deve superare e per un bambino i problemi di relazione con i propri genitori o con chi gli sta intorno diventano talora insuperabili tanto che, spesso, l’unica possibilità è quella di porsi in difesa.

 

Per farlo, rifuggivo la realtà cercando di costruire un mondo di fantasia in cui tutto fosse più facile ma così facendo, mi trovai invischiato in una situazione patologica da cui, ora che me ne sono reso conto, tento, con impegno, di liberarmene.

 

 

 

 

 

 

 

 


Si sa bene che il mondo fantasmatico dei bambini è ricchissimo d’immagini e pos­sibilità di dare corpo a cose quanto mai strane; un qualsiasi giocattolo stimola la fantasia e la gioia del piccolo e questo succedeva anche a me.

 

Ho vissuto per molto tempo l’emozione del regalo ricevuto da mio papà: era il giorno del mio primo compleanno. Si trattava di un bambolotto a cavallo di un triciclo che funzionava a molla ricaricabile con una chiavetta.

 

Un giocattolo semplice e gros­solano se paragonato agli oggetti sofisticati ai quali i nostri figli sono abituati, ma mi dette una gioia immensa. Lo facevo girare in tondo senza sosta sul marciapiede davanti a casa, ora da una parte ora dall’altra per un tempo infinito.

 

C’era poi l’orgoglio di essere stato il primo, nel mio rione ad avere tale giocattolo e anche questo contribuiva a rendermi felice.

 

Il pupazzetto portava impresso sulla schiena, il nome “Milione”, non si sa bene con quale significato, ma certo per me, era importante.

 

 

 

 

 

 

 

 


Molti episodi ricordo dell’infanz­ia e per un attimo vorrei portarvi con me a riviverli. Ad esem­pio, quando nel cortile di casa fu installata la nuova pompa per l’acqua.

 

Di primo impatto, non sapevo cosa fossero quelle macchine e tutti quei tubi che un bel giorno vidi arrivare, incuriosito ed intimorito allo stesso tempo. Gli operai iniziarono subito a lavorare fissando la macchina a terra con un peso legato ad una corda metallica e continuarono a farlo senza curarsi di me, scacciandomi,anzi, se

mi avvicinavo troppo per curiosare.

 

Doveva essere davvero qualcosa di strano e pericoloso se quelle persone non mi permettevano di avvicinarmi!

 

Il primo tubo era diverso dagli altri perché, a un’estremit­à, era a forma di punta forato in tutta la lunghezza. Lo infissero al suolo battendolo con dei colpi molto forti e proseguirono avvitando, uno sull’altro, tutti gli altri tubi: questo permise di raggiungere la sorgente d’acq­ua nel sottosuolo.   Successivamente fu installata, la cosiddetta “pom­pa matta” che aspirava la sabbia disciolta nella falda acquifera. Bisognava pompare molto per togliere tutta l’acqua impura fino a che non fosse sgor­gata la sorgente limpida.

 

Di questo lavoro mi fu dato l’incarico. Sempre per far piacere alla mamma, non lo rifiutai, anche se era molto fastidioso e a sera mi trovavo con le vesciche alle mani.

 

 

 

 

 

 

 


Piangevo di nascosto per il male, ma lo spirito di sacrificio e sottomissione erano più forti di qualsiasi dolore: in quei momenti mi sentivo una nullità. Eppure, quando l’acq­ua limpida apparve, amici e famigliari brindarono in compagnia senza curarsi di me, senza nemmeno regalarmi un sorriso per il lavoro che avevo fatto, interamente, da solo!

 

Così, mentre gli altri festeggiavano, ignorato da tutti, mi accostai piangendo vicino alla siepe. Ma il premio arrivò il giorno dopo, un premio molto più grande di quan­to avessi mai

immaginato... Una ragazza, vicina di casa, venne a trovarmi e a farmi i complimenti per il lavoro fatto regalandomi un fazzolettino coloratissimo con i disegni di Topolino.

 

Mi sembrò l’apparizione della “fata turchina” e rimasi immobile e imbambolato senza riuscire a dire niente per l’emozione. Le lacrime scesero dagli occhi come per dirle grazie di essersi accorta di ciò che avevo fatto.

 

 

 

 

 

 

 


La ragazza si chinò a darmi un bacino che ricambiai con molta gioia. Mi sentivo gran­de e felice in quel momento e mi sembrava di avere vicino la ragazza del mio cuore. Le piacevo molto come bambino, forse perché avevo un comportamento dolce, degli occhioni grandi ed i capelli biondi; magari immaginava già il momento in cui anche lei avreb­be avuto un figlio tutto suo.

 

Ho conservato il regalo con scrupolosa gelosia in un angolo del cassetto migliore che avevo, ed andavo più volte a guar­darlo e a prendermelo in mano ricordando il momento magico in

cui lo avevo ricevuto. Mi bastava vederlo qualche attimo. Poi lo riponevo.

 

Tutt’oggi ricordo quell’episod­io come uno tra i più belli della mia infanzia, come a ripagare tanti altri momenti nei quali avevo vissuto il vuoto più assoluto.

 

 

 

 

 

 


Tutti i bambini hanno fantasia, ma credo di esserne stato particolarmente dotato. Quan­do stavo da solo e giocavo con quello che mi capitava sotto mano, mi sentivo felice perché riuscivo a trasformare le cose più semplici in quello che più mi piaceva per farle diventare parte integrale di me stesso.

 

Avevo costruito un trenino unendo delle scatolette di latta vuote: quelle che si usavano per le

sardine, per intenderci, con dei pezzetti di ferro, trovato qua e là per il cortile. Avevo anche tracciato le rotaie per terra e con dei pezzi di legno avevo perfino fissato dei passaggi a livello e varie stazioni.

 

Immaginavo che fosse un treno merci e lo usavo per trasportare qualsiasi cosetta mi capitasse di trovare: pezzetti di legno, qualche chiodo arrugginito, sassi, ecc...

 

Mi immergevo talmente nel gioco che non mi rendevo più conto del tempo che passava fino a che la mamma non mi chiamava, urlando come sempre, molto arrabbiata.

 

Mi ero perfino costruito una falegnameria in miniatura. Avevo recuperato qualche stecca residua da una cassetta di legno per frutta, un rotellina dentata dall’ingranagg­io interno di un campanello di bicicletta, un altro pezzetto di legno rotondo. Collegando la ruota dentata ed il pezzo di legno rotondo con uno spago riuscivo a far muovere la prima e ad immaginare che fosse una segatrice.

 

Dico immaginare perché, chia­ramente, solo nella mia fantasia la struttura poteva funzionare, ma per un bambino questo è tutto.

 

Avevo poi scavato dei canali in miniatura per raccogliere l’acqua che facevo scendere dalla pompa e sui quali avevo messo dei sassi in modo, tale da creare tante piccole cascate.

 

 

 

 

 

 

 


Mi appassionava far correre velocemente con un bastone il vecchio cerchione della ruota di una bicicletta al quale mancavano i raggi e mi divertivo tanto che mia madre finiva per non esistere più, finché non riappariva per man­darmi a prendere il latte dai contadini a circa due chilometri da casa.   Come sempre obbedivo ai suoi ordini, e immancabilmente, durante il ritorno, ne rovesciavo per la strada, guadagnandomi delle tirate di orecchi.

Ma a quel punto, sembrava che, ormai, tutto questo non mi riguardasse più perché potevo ritirami nel mio mondo dove era possibile starmene tranquillo e felice, tra le mie cose. Mi divertivo molto a giocare agli indiani nel boschetto al di là della strada o a costruire caminetti con dei pezzi di collo di qualche bottiglia rotta o la sera, a letto, a dare spettacolo parlando da un microfono che improvvisavo avvolgendo un fazzoletto su dei pezzi di carta a forma di palline, facendo diventare matti i miei spettatori immaginari.

 

Una tappa importante della mia vita fu quando andai all’asil­o. Iniziò allora un altro periodo di disagio che vissi con umiliazione e limite della mia personalità espres­siva.

 

Le suore che curavano i bambini non erano affatto dolci e materne e molto spesso, per non dire sempre, ricorrevano alle maniere forti per farsi ascoltare. Sembrava, che per il solo fatto di trovarsi sulla loro strada si fosse combinato qualche guaio e si era sicuri che sarebbe arrivata una sonora battuta, a volte persino con il bastone o addirittura qualche sasso mirato per bene. E non esagero!

 

Le botte erano all’ordine del giorno e la sera, a casa, non si poteva neppure farsi consolare dalla mamma per i segni che ancora apparivano sulle gambe perché sarebbe stata un’alt­ra battuta assicurata. Allora, era così.

 

Come poteva immaginare, infatti, la mamma che le suore avessero esagerato? Se si erano prese le botte voleva dire che erano meritate. E nessuno si rendeva conto del male che assorbivo sviluppando in me la nascita di tutte quelle paure e repressioni che ancora oggi pesano nella mia vita...

 

Fu quando andai all’asi­lo che cominciarono a manifestarsi dei problemi di incontinenza. La sera tornavo a casa camminando a gambe larghe per il fastidio che mi dava la “cacca” che avevo addosso e venivo tenuto alla larga dalle sorelle, per l’odore nefasto che emanavo. Dovevo anche fare attenzione a dove camminavo perché, a volte, tutto il contenuto delle mie mutandine colava e lasciava tracce evidenti.

 

Io provavo sempre repulsione per quell’asilo specialmente quando per punizione, venivo chiuso in una stanzetta buia illuminata solo dalla fioca luce di una lampada a forma di teschio ricavata da una zucca. Un’immagi­ne allettante vero?

 

 

 

 


Il metodo del terrore era adottato per poter governare dei bambini vivaci e desiderosi di spazio e  divertimento. Immaginatevi i visi dei miei compagni quando uscivano da quella stanza di punizione grondanti di lacrime, ed ormai privi dell’innocen­za che vi appariva prima di entrarvi!

 

Atteggiamenti di questo tipo distorcono e condizionano la personalità del bambino lasciando tracce indelebili in tutta la sua vita ed ostacolandolo poi nella capacità di amare e di maturare.

 

Naturalmente non mancavano le repressioni sull’argomen­to della “sessualità” propinate fin dal primo respiro dai genitori, poi dal prete nelle lezioni di catechismo, a scuola, e così via. Pensandoci ora fanno rabbrividire! E quanti altri discorsi, i grandi, facevano solo per crearci paura?

 

Una volta, ad esempio, durante il catechismo, si parlava del lavoro che i missionari svolgevano nei paesi sottosviluppati ed in particolare in Africa.

 

 

 

 

 

 


Un prete raccontò la storia di alcuni religiosi che, incontrata una tribù selvaggia, tentarono di avvicinarla chiedendo del cibo e proponendo in cambio la benedizione di Cristo. Gli abitanti di quel villaggio mostrarono resti umani che loro usavano cuocere e mangiare e a tale vista, i visitatori fuggirono. Posto che il fatto fosse vero, cosa di cui dubito molto, certo questo racconto deve aver fatto ‘impressione terribile nelle menti di bambini di appena sei anni. Ma come al solito, considerato l’ambien­te, non si poteva neppure sfogare la paura

con i genitori perché ci avrebbero rimproverato per non aver ascoltato attentamente quanto il sacerdote diceva sulla parola di Dio.

 

Tutto questo dovrebbe far meditare sul significato della parola “educazione”, e sui sistemi usati in un passato per noi ancora recente. Per altri, presente…

 

 

 

 

 

 

 


L’inizio della scuola elementare fu un momento importante, poiché mi trovai inserito in un ambiente opprimente e violento che non faceva altro che accrescere e rafforzare dentro di me, la paura verso il mondo che mi circondava.

 

La severità della maestra andò ad aggiungersi a quella di mia madre e le sberle piovevano per un nonnulla: bastava una “piegolina” nella pagina del quaderno o del sillabario perché il temporale scoppiasse.

 

Alla mattina, prima di entrare in classe, venivo bloccato di forza dalla bidella che mi pro­pinava un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo che la mamma aveva chiesto ed ottenuto al patronato scolastico. Portavo il cucchiaio in cartella ben avvolto in carta da formaggio, la stessa per tutto l’anno, tanto che ormai quell’odore nauseabondo aveva impregnato tutto, libri compresi.

 

Ancora oggi, odio a morte l’odore del pesce! In questa prigione/scuola non veniva voglia di studiare, né c’era la voglia di andarci, non dico per imparare, ma neppure per godere i pochi minuti della ricreazione.

 

 

 

 

 

 

 


Pertanto, il leggere e lo scrivere sono ancora oggi associati alla paura di venire picchiato tanto che, pur possedendo una biblioteca invidiabile, difficilmente leggo a meno che non vi sia costretto dagli studi che sto compiendo, ma lo faccio sempre con molta fatica.

 

Per tutti gli anni delle ele­mentari ho continuato a soffrire di incontinenza tanto che la mamma dovette farsi fare un certificato medico che mi autorizzava ad uscire dall’au­la ogni

volta che ne sentivo la necessità senza dover chiedere il permesso alla maestra.

 

Al giorno d’oggi è noto a tutti come un problema di questo tipo sia il segnale di grossi disagi psicologici ed emotivi in un bambino! Ciononostante, in qualche modo riuscii a finire la scuola elementare senza però trarre quei benefici a livello di apprendimento che mi sarebbero stati dovuti tanto che, tutt’ora, continuo ad avere difficoltà quando scrivo, per i molti errori grammaticali e di sintesi che non sono capace di correggere.

 

Dopo le elementari fui mandato a studiare in una scuola/collegio retta da religiosi, molto conosciuta per serietà e severità della disciplina, che accoglieva anche studenti esterni.

 

Iniziai così un nuovo calvario fatto sempre di ceffoni e imposizioni, ma fortunatamente, vi ero abituato e sapevo come superare questo tipo di scenate, altrimenti sarei finito proprio male.

 

 

 

 

 

 

 


C’è da dire che i preti non erano da meno né di mia madre né delle suore o della maestra; sembrava facessero a gara nello scaricare aggressività ed ansia represse sui piccoli che avrebbero dovuto curare ed educare.

 

Tutt’ora mi chiedo come abbiano potuto inveire tanto su di me perché in realtà, sono sempre stato una persona sem­plice e rispettosa. Purtroppo sono talmente abituato a reprimere i miei impulsi e desideri che faccio difficoltà persino a riconoscerli oltre ché esprimerli.

 

È per questo motivo che dopo aver molto sofferto, ho deciso di cambiare e fare qualcosa per riuscire a mostrare a me stesso e agli altri il mio vero volto. Prima d’ora non mi sarebbe stato possibile visto il tipo di educatori che uno dopo l’altro mi sono capitati.

 

 

 

 


Educare, per certa gente, vuol dire distruggere la personalità del bambino e formare un fantoccio da usare a proprio piacimento. Anche l’insegnamen­to religioso, naturalmente, non è stato una mia libera scelta, ma una imposizione venuta dall’alto che, sempre per dimostrarmi buono ed ubbidiente, ho accettato senza protestare

 

Mia madre mi mandava a messa ogni mattina. Camminavo per circa due Km, a volte correvo per non arrivare in ritardo e per riuscire ad ascoltare tutta la cerimonia. Siccome andavo solo, la mamma si faceva riferire dalle comari del paese come mi comportavo, facendomi anche delle domande  sull’omel­ia per essere più sicura che fossi stato presente ed avessi fatto la comunione.

 

Alle volte per fare più in fretta, prendevo una scorciatoia che finiva dal lato della chiesa dove c’era un gabinetto esterno. Spesso, quando passavo, mi sporcavo le scarpe con dei residui che giacevano fuori posto e mi trovavo a dover sopportare un odore incredibile.

 

Venivo allora preso dal panico di essere sgridato e tentavo di pulirmi alla meglio sull’er­ba o aiutandomi con delle foglie. Facevo la stessa cosa, anche quando mi sporcavo di fango.

 

 

 

 

 


Per superare la paura mi ritiravo, nel mio mondo fantastico dove riuscivo a dimenticare tutte le difficoltà che trovavo attorno. Non riuscivo però ad evitare di sentirmi una larva umana costretta ad obbedire agli ordini impostami; mia madre, inoltre, nonostante la cura con la quale mi pulivo, riusciva sempre a trovare qual­cosa che non andava nel mio abbigliamento e, naturalmente, urla e botte non venivano lesinate.

 

Quando racconto la mia storia, sono teso e nervoso, ma a volte, il viso si rischiara quando mi vengono in mente dei fatti che ricordo con gioia. Ve ne racconterò uno perché penso che molti di voi si potranno riconoscere.

 

All’età di sei anni, mia madre cominciò a darmi dei soldi ogni settimana perché potessi comprarmi ciò che preferivo. Dieci lire ogni domenica mi consentivano di prendere il gelato, piccolo a dire il vero, visto che c’era gente che poteva averlo da 20 lire.

 

C’erano, però, anche altre cose che volevo comperarmi e siccome lo stesso problema lo avevano anche gli altri miei compagni, insieme facevamo delle piccole società d’acquist­o. In particolare, una cosa molto richiesta era il limone con la liquirizia ed insieme potevamo succhiare la nera stecca bagnata nel succo del limone alternandoci: una volta a me, una volta a te e tornare a casa raggianti, felici e con la bocca rigata di nero.

 

Quando cominciai a frequentare l’allora Scuola Industriale nel collegio in precedenza menzionato, mia madre diventò un po’ più generosa arrivando a darmi 50 lire per tutto il primo anno e poi fino a 100 lire alla settimana.

 

 

 

 

 


Con questa disponibilità riuscivo a comprarmi i Krapfen che mi piacevano tanto e che gustavo sempre con piacere. A volte, però, qualche compagno di scuola, riusciva a rubarmeli e se li mangiava sotto al mio naso. In quei momenti provavo un odio incredibile e quando non riuscivo a mantenere il controllo mi scagliavo addosso al malcapitato con tutta la rabbia che avevo in corpo ficcandogli le unghie dove capitava e ferendolo se non riusciva a scappare in tempo.

 

C’è stato, in effetti, un periodo in cui ero estremamente aggressivo ed arrabbiato. Giravo per la scuola con una lametta da rasoio in tasca e intendevo usarla nel modo più violento se fosse stato necessario.    Purtroppo avevo accumulato molto odio e molta rabbia nel corso di tutta la mia vita.

 

Come studente ero una frana. Fui bocciato al primo anno. Il secondo lo dovetti ripetere e fui promosso la seconda volta dopo gli esami di riparazione ad ottobre solo perché mia madre assicurò al preside dell’istituto che non avrei più continuato a studiare e mi sarei cercato un lavoro.

 

La scuola non è stata certo un momento educativo sotto alcun punto di vista. Iniziai allora un andirivieni in cerca di lavoro, sempre in compagnia di mia madre e purtroppo sempre senza molto successo.

 

Ero un ragazzino molto magro, tutto ossa e orecchie e l’impressione che davo ai datori di lavoro che incontravo non era certo favorevole. Educatamente consigliavano che finissi gli studi mascherando in questo modo la loro convinzione che non sapevano che farsene di un bambino così magro e piccolo.

 

 

 

 

 

 

 


A forza di cercare, alla fine fui assunto come apprendista da una grossa azienda per un periodo di prova e, visto il mio impegno e dedizione, ebbi successo. Fui assunto e tutt’ora faccio parte della stes­sa grande famiglia.

 

Modestamente, bisogna dire che non mancavo di carattere perché non mi accontentai di quanto avevo, ma cercai sempre di migliorare ottenendo delle promozioni, studiando la sera, sempre nel tentativo di riscattare la mia condizione.

 

Era ambizione di molti miei colleghi di diventare “impiegato” e compiere così quel balzo sociale allora molto ambito. Frequentai vari corsi: tornitore/aggiustatore, disegnatore, radio riparatore, conduttore di caldaie a vapore..., ottenni la maturità tecnica e, infine, iniziai gli studi universitari.

 

Sono sempre stato un ragazzo solitario: passavo il mio tempo tra il lavoro, la casa e la chiesa e solo quando, a 18 anni, i miei genitori mi regalarono una “Vespa GL”, cominciai a fare una vita di società un poco più attiva. Mi incontravo con gli amici e frequentavo le discoteche (balere) senza però riuscire a superare la timidezza e l’introversio­ne che mi facevano rimanere appartato e arrossire per un niente.

 

Mi mancava il coraggio di avvicinarmi alle ragazze e quando i miei amici tentavano di coinvolgermi presentandomene qualcuna, tremavo dall’emozion­e.

 

D’altra parte non poteva essere altrimenti vista la naturale reazione che può avere un bambino di fronte a dei vissuti di rifiuto da parte della madre e quindi di fronte all’id­ea dell’entità donna.

 

Iniziai a ballare non perché ne avessi voglia, ma solo per fare compagnia alle ragazze degli amici che altrimenti avrebbero dovuto rimanere sedute quando non c’erano altri cavalieri disponibili per loro. È  stato questo uno dei modi che mi ha permesso di avvicinarmi alle donne, un po’ patetico a dire il vero, ma anche divertente se pensiamo al tipo di rapporto che c’è oggi tra i giovani dei due sessi.

 

 

 

 

 

 

 

 


Non mi riusciva proprio di superare la difficoltà ed avvicinarmi alle ragazze anche quando, poco prima di partire per il militare, con gli amici formammo un “club”. Benché ci si riunisse in una stanza continuavo a tenermi sempre appartato.

 

Guardavo quanto succedeva intorno, alla poca luce di quel luogo. Sentivo i sussurri e i rumori delle carezze, dei baci, delle parole dolci e promettenti e anche di qualche schiaf­fo, non molto forte per la verità. Avevo timore di stringere le ragazze perfino ballando e di lasciar intravedere dei segni di eccitazione da sotto i pantaloni. Preferivo

rimanere nell’angolo cucina giocando a tombola o fare un puzzle mangiando noccioline e dolci magari assieme a qualcuna delle ragazze più inibite o più brutte.

 

Vedevo gli amici apparire ogni tanto tutti trafelati e spet­tinati; le ragazze con qual­che spallina fuori posto e con evidenti segni di approccio di tipo sessuale. Provavo curiosità e vergogna; curiosità per il naturale desiderio di fare queste nuove esperienze e vergogna di fronte al proibito forse perché non mi rendevo conto che anch’io ero ormai grande e che tutto quanto succedeva lì dentro era estremamente naturale.

 

Passai i quattordici mesi del servizio militare facendo lunghe passeggiate nelle città dove ero stato destinato ed ascoltando i racconti degli amici delle loro avventure più o meno riuscite.

 

Continuavo però a sentirmi incapace di esprimermi e vivere questa sensazione, così cominciai a masturbarmi per riuscire a provare almeno la sensazione fisica del rapporto sessuale.

 

 

 

 

 

 


Tutto questo continuò anche dopo il servizio di leva. In quei tempi, uscivo con due miei amici, uno dei quali aveva una vecchia Fiat 600 di colore grigio scuro. Il loro divertimento preferito era la discoteca ed a ballare andavamo ogni sabato e domenica: la mia professione era quella di fare il “palo”. Un giorno, alla festa per il restauro di un’azien­da dello zio di uno dei due amici, in un paesino poco fuori città, conobbi altri giovani tra i quali mi colpì in particolare modo una ragazza molto bella con lunghi e morbidi capelli castani, due occhioni color terra arata e due fossette

deliziose sulle guance quando sorrideva.

 

Lei aveva 17 anni ed io 24. Ci frequentammo e dopo due anni, maturò il desiderio di voler vivere assieme. Questo comportò, visti i tempi, un regolare matrimonio, con relativa cerimonia e tutti i crismi dell’ufficialit­à: rito religioso, festa con i parenti, foto, e così via.

 

Fu un giorno emozionante e stressante per ambedue, poi quan­do finalmente ritornammo a casa restando da soli, ci togliemmo le fedi, le buttammo in un cassetto e non ci pensammo più.

 

 

 

 

 

 

 


I primi due anni furono molto felici, ricchi di gioia e voglia di fare l’amore: momenti che non dimenticherò mai. Un giorno, però, mia moglie si accorse di essere incinta, non accettò la gravidanza che sentiva limitante e le cose tra noi cominciarono a cambiare.

 

Allora non c’era la possibilità di abortire e lei fu costretta a continuarla nonostante tutto. Io, invece, ero felice di avere un figlio anche se era arrivato di sorpresa. Tutto continuò discretamente finché il piccolo nacque. Da quel momento tutte le attenzioni che rivolgeva

a me si diressero verso il bimbo e cominciammo, poco a poco, ad allontanarci l’uno dall’alt­ra, ad avere interessi ed hobbies diversi, a non parlarci più... ed il nostro gran­de amore svanì.

 

Erano passati nove anni da quando ci eravamo sposati quando un giorno ci siamo guardati con sincerità negli occhi, chiedendoci quale fosse il sentimento che ci teneva uniti e se ancora esistesse l’amore tra noi due. Passò ancora qualche tempo poi la separazione fu inevitabile.

 

Il figlio rimase con lei ed io mi trovai, una volta ancora, ad essere un perdente, ma tentai di reagire in tutti i modi alla profonda solitudine e al desiderio frustrato d’amore.

 

 

 

 

 

 


Così cominciai a praticare uno sport pericoloso che mi valse un incidente molto grave e 45 giorni di coma. Quell’inciden­te è stato, in un certo senso, un’altra tappa importante nella mia vita.

 

Una volta ristabilito, forse per reazione, sorse in me la voglia di scoprirmi di più, e conoscermi, esprimendomi anche sotto l’aspetto sessuale.

 

Prendendone coscienza, lasciai esprimere più libera­mente la mia virilità, scoprendone la dolcezza e cominciai a desiderare ardentemente la voglia di fare l’amore con una e con più donne.

 

Per circa cinque anni vissi tra le braccia di una ragazza o un’altra lasciando sfogare ogni mio desiderio finché percepii il vuoto di tale vita ed una profonda crisi affettiva si fece avanti. Mi sentivo come un bidone svuotato e senza affetti come quando da bambino avevo desiderato l’amore di mia mamma senza riuscire mai a sentirlo nel senso reale della parola.

 

In autunno, decisi di porre fine a questa fase della vita che sentivo esaurita e limitante. Inizialmente si trattò di una fuga dai problemi che mi affliggevano e decisi che volevo restare da solo.

 

 

 

 

 

 


Passai più di qualche mese in solitudine, poi conobbi la ragazza di cui vi ho parlato all’iniz­io del racconto. Con lei riuscii a vivere delle sensazioni che neppure nel periodo d’oro del matrimonio avevo provato.

 

Mi sentivo limitato e retorico; facevo tanti bei discorsi, ma i comportamenti non ne rispecchiavano il contenuto: erano condizionati dall’educazio­ne di tipo repressivo che ha tanto influito almeno fino a questo momento, in tutta la mia vita.

 

Sentii profondamente la sconnessione tra il bisogno di vita autentica e libera e l’incapaci­tà di realizzarla e questo mi portò a una vera e propria crisi: forse è stata la più profonda che abbia mai vissuto!

 

Si sa che ogni crisi nasce dalla rottura di un equilibrio esistente e porta ad un nuovo equilibrio che ognu­no di noi cerca di stabilire nel modo più consono ai propri bisogni. Avvertivo l’importanza del momento che stavo vivendo e per non perdere questa occasione decisi di farmi guidare da uno psicologo lungo la strada della scoperta di me stesso. Scoprii così che il bisogno d’amore e la solitudine altro non erano che l’incapacità di distinguere i sentimenti.

 

Così nel mio inconscio non esisteva altra donna che lei (ricordate il complesso di Edipo, vero?) e finché que­sta immagine permane indelebile nella mente, nes­sun’altra donna avrebbe potuto prenderne il posto e consentirmi di amare veramente.

 

In altre parole, finché “la madre 2 non fosse idealmente morta dentro di me, o meglio finché non fossi riuscito a tagliare il cordone ombelicale che mi univa all’origine materna, non sarei mai stato in grado di strutturare maturità personale.

 

Vi chiederete perché vi ho raccontato questa storia che, in realtà, non presenta nessun fatto particolarmente eccezionale, una storia qualsiasi come se ne possono sentire a migliaia.

 

 

 

 

 

 

 


Ebbene, io credo che dalle “storie qualsiasi” di ognuno di noi si possano trarre spunti per riflettere, proprio perché ognuno ha una storia “non eccezionale” alle proprie spalle.

 

Direi che è più facile riconoscerci nei nostri simili piuttosto che in personaggi o avvenimenti che fanno scalpore. È un invito a passare qualche momento da soli, dunque, e spero risulti gradevole a tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

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