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Centro Naturalista Italiano
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PANAKEIA
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Ricordi dell’infanzia |
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UN MOMENTO DA SOLO |
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Dopo tante storie d’amore e avventure a non finire, un giorno entrai in una crisi profonda e decisi di vivere “un momento da solo”. Ultimamente mi ero innamorato di una ragazza fantastica, piena di vita e di voglia di amare che mi aveva “incastrato” con il suo modo di donarsi spontaneo e privo di pregiudizi. Voler restare da “solo” significava cercare degli spazi che mi consentissero di capire il senso delle emozioni che provavo e ritrovare, perciò, me stesso. La mia famiglia era composta di nove persone: il padre, la madre, la nonna materna e sei fratelli dei quali io ero il più piccolo, il cuccioletto di casa. Così come un cucciolo la madre mi portava qua e là e come un cucciolo dovevo fare il bravo se non volevo che lei si arrabbiasse e mi picchiasse.
Proprio a causa di questo mio convincimento mi sono sempre imposto di essere buono per non correre il rischio che la mamma si pentisse di avermi generato e pertanto, mi rifiutasse. A volte ero talmente “ammodo” che riuscivo perfino a strapparle qualche carezza e questo mi riempiva di gioia. Allora, lei mi portava sempre con sé, nei campi o sul fossato a lavare la biancheria; mi lasciava sul viottolo a giocare con sassolini, pezzi di legno e tutto quanto riuscivo a trovare per terra ed io con la fantasia, riuscivo ad inventare cose meravigliose. Mi piaceva molto imitare la mamma nel fare il bucato e ci mettevo così tanto impegno che lei se ne preoccupava e mi sgridava perché quelle erano “cose da donne”. Ubbidivo sempre, facendo tutto quanto lei mi imponeva. Quando mia madre doveva fare in fretta, mi lasciava a casa con la nonna. La nonna non era affatto paziente, specialmente quando aveva le sue giornate “no” o quando aveva bevuto un po’ più del solito. Spesso mi picchiava anche per delle sciocchezze; come quella volta quando giocavo con la gattina ed una palla, cosa che evidentemente alla nonna non garbava e dopo qualche sgridata, visto che non la smettevo, mi prese la palla, la tagliò in due con l’accetta e me la gettò in faccia. Rimasi sconcertato perché non capivo il senso di quel gesto. Così mi misi a piangere e infastidirla, alla fine, venni picchiato perché piangevo e secondo lei, non la smettevo di darle fastidio.
sulla rete di confine, che circoscriveva il piccolo cortile sito appena fuori dell’uscio. Dopo la colazione del mattino, mia madre mi faceva sedere sul marciapiede, all’aperto, sopra una coperta, vicino alla porta di casa. Non volendo essere lasciato da solo, piangevo e mi pasticciavo il grembiulino di tela pulendomi le lacrime e la “pesa” che gocciolava dal naso. Delle volte, quando ero un po’ più sereno, per passare il tempo mi divertivo a tirarmi su arrampicandomi con le manine sulla rete tentando di stare in piedi, oppure giocavo con qualche bottone o qualche striscia di stoffa che mi capitava per le mani. I tentativi di rimanere in piedi, all’inizio avevano scarso successo tanto che inevitabilmente cadevo a terra e guai se la mamma non mi avesse imbottito per bene di pannolini con stracci di fortuna! Poi, mano a mano che ripetevo i tentativi, diventavo un po’ più forte finché un giorno riuscii a muovere i primi passi da solo senza sorreggermi alla rete. Sentivo di avere vinto! ed ero orgoglioso, di quello che ero riuscito a fare. Se in qualche momento non ero sufficientemente forte o preparato, mi impegnavo per trovare il modo di vincere la difficoltà. Fin da piccolo mi gratificavo o mi auto punivo a seconda dello stato d’animo. Pensavo: se è successo è perché così doveva essere e dovevo al meglio parare il colpo o prendere la palla al balzo usando al massimo la mia intelligenza. Ancora oggi sono così, manifestando la caratteristica di una persona prettamente razionale. Si sa che le difficoltà acquistano o perdono gravità secondo chi che le deve superare e per un bambino i problemi di relazione con i propri genitori o con chi gli sta intorno diventano talora insuperabili tanto che, spesso, l’unica possibilità è quella di porsi in difesa. Per farlo, rifuggivo la realtà cercando di costruire un mondo di fantasia in cui tutto fosse più facile ma così facendo, mi trovai invischiato in una situazione patologica da cui, ora che me ne sono reso conto, tento, con impegno, di liberarmene.
Un giocattolo semplice e grossolano se paragonato agli oggetti sofisticati ai quali i nostri figli sono abituati, ma mi dette una gioia immensa. Lo facevo girare in tondo senza sosta sul marciapiede davanti a casa, ora da una parte ora dall’altra per un tempo infinito. C’era poi l’orgoglio di essere stato il primo, nel mio rione ad avere tale giocattolo e anche questo contribuiva a rendermi felice. Il pupazzetto portava impresso sulla schiena, il nome “Milione”, non si sa bene con quale significato, ma certo per me, era importante.
mi avvicinavo troppo per curiosare. Doveva essere davvero qualcosa di strano e pericoloso se quelle persone non mi permettevano di avvicinarmi! Il primo tubo era diverso dagli altri perché, a un’estremità, era a forma di punta forato in tutta la lunghezza. Lo infissero al suolo battendolo con dei colpi molto forti e proseguirono avvitando, uno sull’altro, tutti gli altri tubi: questo permise di raggiungere la sorgente d’acqua nel sottosuolo. Successivamente fu installata, la cosiddetta “pompa matta” che aspirava la sabbia disciolta nella falda acquifera. Bisognava pompare molto per togliere tutta l’acqua impura fino a che non fosse sgorgata la sorgente limpida. Di questo lavoro mi fu dato l’incarico. Sempre per far piacere alla mamma, non lo rifiutai, anche se era molto fastidioso e a sera mi trovavo con le vesciche alle mani.
immaginato... Una ragazza, vicina di casa, venne a trovarmi e a farmi i complimenti per il lavoro fatto regalandomi un fazzolettino coloratissimo con i disegni di Topolino. Mi sembrò l’apparizione della “fata turchina” e rimasi immobile e imbambolato senza riuscire a dire niente per l’emozione. Le lacrime scesero dagli occhi come per dirle grazie di essersi accorta di ciò che avevo fatto.
cui lo avevo ricevuto. Mi bastava vederlo qualche attimo. Poi lo riponevo. Tutt’oggi ricordo quell’episodio come uno tra i più belli della mia infanzia, come a ripagare tanti altri momenti nei quali avevo vissuto il vuoto più assoluto.
sardine, per intenderci, con dei pezzetti di ferro, trovato qua e là per il cortile. Avevo anche tracciato le rotaie per terra e con dei pezzi di legno avevo perfino fissato dei passaggi a livello e varie stazioni. Immaginavo che fosse un treno merci e lo usavo per trasportare qualsiasi cosetta mi capitasse di trovare: pezzetti di legno, qualche chiodo arrugginito, sassi, ecc... Mi immergevo talmente nel gioco che non mi rendevo più conto del tempo che passava fino a che la mamma non mi chiamava, urlando come sempre, molto arrabbiata. Mi ero perfino costruito una falegnameria in miniatura. Avevo recuperato qualche stecca residua da una cassetta di legno per frutta, un rotellina dentata dall’ingranaggio interno di un campanello di bicicletta, un altro pezzetto di legno rotondo. Collegando la ruota dentata ed il pezzo di legno rotondo con uno spago riuscivo a far muovere la prima e ad immaginare che fosse una segatrice. Dico immaginare perché, chiaramente, solo nella mia fantasia la struttura poteva funzionare, ma per un bambino questo è tutto. Avevo poi scavato dei canali in miniatura per raccogliere l’acqua che facevo scendere dalla pompa e sui quali avevo messo dei sassi in modo, tale da creare tante piccole cascate.
Ma a quel punto, sembrava che, ormai, tutto questo non mi riguardasse più perché potevo ritirami nel mio mondo dove era possibile starmene tranquillo e felice, tra le mie cose. Mi divertivo molto a giocare agli indiani nel boschetto al di là della strada o a costruire caminetti con dei pezzi di collo di qualche bottiglia rotta o la sera, a letto, a dare spettacolo parlando da un microfono che improvvisavo avvolgendo un fazzoletto su dei pezzi di carta a forma di palline, facendo diventare matti i miei spettatori immaginari. Una tappa importante della mia vita fu quando andai all’asilo. Iniziò allora un altro periodo di disagio che vissi con umiliazione e limite della mia personalità espressiva. Le suore che curavano i bambini non erano affatto dolci e materne e molto spesso, per non dire sempre, ricorrevano alle maniere forti per farsi ascoltare. Sembrava, che per il solo fatto di trovarsi sulla loro strada si fosse combinato qualche guaio e si era sicuri che sarebbe arrivata una sonora battuta, a volte persino con il bastone o addirittura qualche sasso mirato per bene. E non esagero! Le botte erano all’ordine del giorno e la sera, a casa, non si poteva neppure farsi consolare dalla mamma per i segni che ancora apparivano sulle gambe perché sarebbe stata un’altra battuta assicurata. Allora, era così. Come poteva immaginare, infatti, la mamma che le suore avessero esagerato? Se si erano prese le botte voleva dire che erano meritate. E nessuno si rendeva conto del male che assorbivo sviluppando in me la nascita di tutte quelle paure e repressioni che ancora oggi pesano nella mia vita... Fu quando andai all’asilo che cominciarono a manifestarsi dei problemi di incontinenza. La sera tornavo a casa camminando a gambe larghe per il fastidio che mi dava la “cacca” che avevo addosso e venivo tenuto alla larga dalle sorelle, per l’odore nefasto che emanavo. Dovevo anche fare attenzione a dove camminavo perché, a volte, tutto il contenuto delle mie mutandine colava e lasciava tracce evidenti. Io provavo sempre repulsione per quell’asilo specialmente quando per punizione, venivo chiuso in una stanzetta buia illuminata solo dalla fioca luce di una lampada a forma di teschio ricavata da una zucca. Un’immagine allettante vero?
Atteggiamenti di questo tipo distorcono e condizionano la personalità del bambino lasciando tracce indelebili in tutta la sua vita ed ostacolandolo poi nella capacità di amare e di maturare. Naturalmente non mancavano le repressioni sull’argomento della “sessualità” propinate fin dal primo respiro dai genitori, poi dal prete nelle lezioni di catechismo, a scuola, e così via. Pensandoci ora fanno rabbrividire! E quanti altri discorsi, i grandi, facevano solo per crearci paura? Una volta, ad esempio, durante il catechismo, si parlava del lavoro che i missionari svolgevano nei paesi sottosviluppati ed in particolare in Africa.
con i genitori perché ci avrebbero rimproverato per non aver ascoltato attentamente quanto il sacerdote diceva sulla parola di Dio. Tutto questo dovrebbe far meditare sul significato della parola “educazione”, e sui sistemi usati in un passato per noi ancora recente. Per altri, presente…
Alla mattina, prima di entrare in classe, venivo bloccato di forza dalla bidella che mi propinava un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo che la mamma aveva chiesto ed ottenuto al patronato scolastico. Portavo il cucchiaio in cartella ben avvolto in carta da formaggio, la stessa per tutto l’anno, tanto che ormai quell’odore nauseabondo aveva impregnato tutto, libri compresi. Ancora oggi, odio a morte l’odore del pesce! In questa prigione/scuola non veniva voglia di studiare, né c’era la voglia di andarci, non dico per imparare, ma neppure per godere i pochi minuti della ricreazione.
volta che ne sentivo la necessità senza dover chiedere il permesso alla maestra. Al giorno d’oggi è noto a tutti come un problema di questo tipo sia il segnale di grossi disagi psicologici ed emotivi in un bambino! Ciononostante, in qualche modo riuscii a finire la scuola elementare senza però trarre quei benefici a livello di apprendimento che mi sarebbero stati dovuti tanto che, tutt’ora, continuo ad avere difficoltà quando scrivo, per i molti errori grammaticali e di sintesi che non sono capace di correggere. Dopo le elementari fui mandato a studiare in una scuola/collegio retta da religiosi, molto conosciuta per serietà e severità della disciplina, che accoglieva anche studenti esterni. Iniziai così un nuovo calvario fatto sempre di ceffoni e imposizioni, ma fortunatamente, vi ero abituato e sapevo come superare questo tipo di scenate, altrimenti sarei finito proprio male.
È per questo motivo che dopo aver molto sofferto, ho deciso di cambiare e fare qualcosa per riuscire a mostrare a me stesso e agli altri il mio vero volto. Prima d’ora non mi sarebbe stato possibile visto il tipo di educatori che uno dopo l’altro mi sono capitati.
Mia madre mi mandava a messa ogni mattina. Camminavo per circa due Km, a volte correvo per non arrivare in ritardo e per riuscire ad ascoltare tutta la cerimonia. Siccome andavo solo, la mamma si faceva riferire dalle comari del paese come mi comportavo, facendomi anche delle domande sull’omelia per essere più sicura che fossi stato presente ed avessi fatto la comunione. Alle volte per fare più in fretta, prendevo una scorciatoia che finiva dal lato della chiesa dove c’era un gabinetto esterno. Spesso, quando passavo, mi sporcavo le scarpe con dei residui che giacevano fuori posto e mi trovavo a dover sopportare un odore incredibile. Venivo allora preso dal panico di essere sgridato e tentavo di pulirmi alla meglio sull’erba o aiutandomi con delle foglie. Facevo la stessa cosa, anche quando mi sporcavo di fango.
Quando racconto la mia storia, sono teso e nervoso, ma a volte, il viso si rischiara quando mi vengono in mente dei fatti che ricordo con gioia. Ve ne racconterò uno perché penso che molti di voi si potranno riconoscere. All’età di sei anni, mia madre cominciò a darmi dei soldi ogni settimana perché potessi comprarmi ciò che preferivo. Dieci lire ogni domenica mi consentivano di prendere il gelato, piccolo a dire il vero, visto che c’era gente che poteva averlo da 20 lire. C’erano, però, anche altre cose che volevo comperarmi e siccome lo stesso problema lo avevano anche gli altri miei compagni, insieme facevamo delle piccole società d’acquisto. In particolare, una cosa molto richiesta era il limone con la liquirizia ed insieme potevamo succhiare la nera stecca bagnata nel succo del limone alternandoci: una volta a me, una volta a te e tornare a casa raggianti, felici e con la bocca rigata di nero. Quando cominciai a frequentare l’allora Scuola Industriale nel collegio in precedenza menzionato, mia madre diventò un po’ più generosa arrivando a darmi 50 lire per tutto il primo anno e poi fino a 100 lire alla settimana.
C’è stato, in effetti, un periodo in cui ero estremamente aggressivo ed arrabbiato. Giravo per la scuola con una lametta da rasoio in tasca e intendevo usarla nel modo più violento se fosse stato necessario. Purtroppo avevo accumulato molto odio e molta rabbia nel corso di tutta la mia vita. Come studente ero una frana. Fui bocciato al primo anno. Il secondo lo dovetti ripetere e fui promosso la seconda volta dopo gli esami di riparazione ad ottobre solo perché mia madre assicurò al preside dell’istituto che non avrei più continuato a studiare e mi sarei cercato un lavoro. La scuola non è stata certo un momento educativo sotto alcun punto di vista. Iniziai allora un andirivieni in cerca di lavoro, sempre in compagnia di mia madre e purtroppo sempre senza molto successo. Ero un ragazzino molto magro, tutto ossa e orecchie e l’impressione che davo ai datori di lavoro che incontravo non era certo favorevole. Educatamente consigliavano che finissi gli studi mascherando in questo modo la loro convinzione che non sapevano che farsene di un bambino così magro e piccolo.
Era ambizione di molti miei colleghi di diventare “impiegato” e compiere così quel balzo sociale allora molto ambito. Frequentai vari corsi: tornitore/aggiustatore, disegnatore, radio riparatore, conduttore di caldaie a vapore..., ottenni la maturità tecnica e, infine, iniziai gli studi universitari. Sono sempre stato un ragazzo solitario: passavo il mio tempo tra il lavoro, la casa e la chiesa e solo quando, a 18 anni, i miei genitori mi regalarono una “Vespa GL”, cominciai a fare una vita di società un poco più attiva. Mi incontravo con gli amici e frequentavo le discoteche (balere) senza però riuscire a superare la timidezza e l’introversione che mi facevano rimanere appartato e arrossire per un niente. Mi mancava il coraggio di avvicinarmi alle ragazze e quando i miei amici tentavano di coinvolgermi presentandomene qualcuna, tremavo dall’emozione. D’altra parte non poteva essere altrimenti vista la naturale reazione che può avere un bambino di fronte a dei vissuti di rifiuto da parte della madre e quindi di fronte all’idea dell’entità donna. Iniziai a ballare non perché ne avessi voglia, ma solo per fare compagnia alle ragazze degli amici che altrimenti avrebbero dovuto rimanere sedute quando non c’erano altri cavalieri disponibili per loro. È stato questo uno dei modi che mi ha permesso di avvicinarmi alle donne, un po’ patetico a dire il vero, ma anche divertente se pensiamo al tipo di rapporto che c’è oggi tra i giovani dei due sessi.
rimanere nell’angolo cucina giocando a tombola o fare un puzzle mangiando noccioline e dolci magari assieme a qualcuna delle ragazze più inibite o più brutte. Vedevo gli amici apparire ogni tanto tutti trafelati e spettinati; le ragazze con qualche spallina fuori posto e con evidenti segni di approccio di tipo sessuale. Provavo curiosità e vergogna; curiosità per il naturale desiderio di fare queste nuove esperienze e vergogna di fronte al proibito forse perché non mi rendevo conto che anch’io ero ormai grande e che tutto quanto succedeva lì dentro era estremamente naturale. Passai i quattordici mesi del servizio militare facendo lunghe passeggiate nelle città dove ero stato destinato ed ascoltando i racconti degli amici delle loro avventure più o meno riuscite. Continuavo però a sentirmi incapace di esprimermi e vivere questa sensazione, così cominciai a masturbarmi per riuscire a provare almeno la sensazione fisica del rapporto sessuale.
deliziose sulle guance quando sorrideva. Lei aveva 17 anni ed io 24. Ci frequentammo e dopo due anni, maturò il desiderio di voler vivere assieme. Questo comportò, visti i tempi, un regolare matrimonio, con relativa cerimonia e tutti i crismi dell’ufficialità: rito religioso, festa con i parenti, foto, e così via. Fu un giorno emozionante e stressante per ambedue, poi quando finalmente ritornammo a casa restando da soli, ci togliemmo le fedi, le buttammo in un cassetto e non ci pensammo più.
a me si diressero verso il bimbo e cominciammo, poco a poco, ad allontanarci l’uno dall’altra, ad avere interessi ed hobbies diversi, a non parlarci più... ed il nostro grande amore svanì. Erano passati nove anni da quando ci eravamo sposati quando un giorno ci siamo guardati con sincerità negli occhi, chiedendoci quale fosse il sentimento che ci teneva uniti e se ancora esistesse l’amore tra noi due. Passò ancora qualche tempo poi la separazione fu inevitabile. Il figlio rimase con lei ed io mi trovai, una volta ancora, ad essere un perdente, ma tentai di reagire in tutti i modi alla profonda solitudine e al desiderio frustrato d’amore.
Prendendone coscienza, lasciai esprimere più liberamente la mia virilità, scoprendone la dolcezza e cominciai a desiderare ardentemente la voglia di fare l’amore con una e con più donne. Per circa cinque anni vissi tra le braccia di una ragazza o un’altra lasciando sfogare ogni mio desiderio finché percepii il vuoto di tale vita ed una profonda crisi affettiva si fece avanti. Mi sentivo come un bidone svuotato e senza affetti come quando da bambino avevo desiderato l’amore di mia mamma senza riuscire mai a sentirlo nel senso reale della parola. In autunno, decisi di porre fine a questa fase della vita che sentivo esaurita e limitante. Inizialmente si trattò di una fuga dai problemi che mi affliggevano e decisi che volevo restare da solo.
Sentii profondamente la sconnessione tra il bisogno di vita autentica e libera e l’incapacità di realizzarla e questo mi portò a una vera e propria crisi: forse è stata la più profonda che abbia mai vissuto! Si sa che ogni crisi nasce dalla rottura di un equilibrio esistente e porta ad un nuovo equilibrio che ognuno di noi cerca di stabilire nel modo più consono ai propri bisogni. Avvertivo l’importanza del momento che stavo vivendo e per non perdere questa occasione decisi di farmi guidare da uno psicologo lungo la strada della scoperta di me stesso. Scoprii così che il bisogno d’amore e la solitudine altro non erano che l’incapacità di distinguere i sentimenti. Così nel mio inconscio non esisteva altra donna che lei (ricordate il complesso di Edipo, vero?) e finché questa immagine permane indelebile nella mente, nessun’altra donna avrebbe potuto prenderne il posto e consentirmi di amare veramente. In altre parole, finché “la madre 2 non fosse idealmente morta dentro di me, o meglio finché non fossi riuscito a tagliare il cordone ombelicale che mi univa all’origine materna, non sarei mai stato in grado di strutturare maturità personale. Vi chiederete perché vi ho raccontato questa storia che, in realtà, non presenta nessun fatto particolarmente eccezionale, una storia qualsiasi come se ne possono sentire a migliaia.
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