Centro Naturalista Italiano

 

 

 

PANAKEIA

 

 

 

Ricordi dell’infanzia

 

 

 

RICORDI DELL’INFANZIA

 

 

 

 

 

Oggi è un mercoledì come tanti altri e come tutti i giorni lavorativi, a mezzogiorno, con i colleghi vado alla mensa per pranzare.

 

Si chiacchiera sempre del più e del meno di argomenti più o meno interessanti a seconda dell’umo­re della giornata. Oggi si parla delle condizioni atmosferiche che in questo periodo, ci fanno dimenticare che siamo in estate.

 

 

 

 

 

 


Un giorno piove e l’altro il sole tenta di fare l’occhiolino, ma viene offuscato dalle nuvole. Non è sfuggito a nessuno il fatto che il tempo sia un po’ strano, considerato che siamo già nella seconda settimana di Giugno.

 

Un po’ di caldo non farebbe per niente male e ci suggerirebbe qualche salutare scampagnata al mare o in montagna. Ma sembra che il ciclo delle stagioni non

rispecchi più il suo andamento naturale e ci si chiede il perché.

 

Si ricorda che da piccoli l’inverno era veramente gelido e faceva dire: “Che freddo che fa! Fa battere i denti!”. E nostra madre ci ‘super-copriva’ con maglie e maglioni, facendoci indossare le galosce e le calze di lana che abbottonavamo con gli elastici alle mutande.

 

 

 

 

 

 


D’inverno fioccava molto e capitava di non andare a scuola, se la neve era molto alta.   Mi piaceva la neve, soffice e stupenda!  Quando era possibile camminare sulla strada, si giocava: ci si divertiva come matti colpendoci con le palle di neve e c’era sempre qual­che birbante che riusciva ad infilarcene una manciata nella schiena.

 

Mi viene un brivido solo a pensarci! Ma eravamo molto felici, niente ci faceva paura, si viveva in allegria la nostra spontaneità infantile. Alla sera dopo aver mangiato, facevamo ancora qualche corsa e poi andavamo a letto a dormire come ghiri fino alla mattina dopo, quando nostra madre ci veniva a chiamare e ci buttava giù dal letto.

 

Ci si alzava seccati perché si doveva andare a scuola mentre c’era voglia di correre, di giocare e non andarsi a chiudere tra quattro mura.

 

Che noia dover ascoltare quell’antipatica maestra che se non stavamo buoni, ci picchiava con un bastone di canna, mettendoci in castigo, oppure ci ordinava di scrivere per 200/300 volte “Non devo disturbare la maestra” e poi nostro padre doveva firmare!

 

Non vedevamo l’ora che ci mandasse fuori dove c’erano gli altri compagni di sventura e insieme si usciva nel cortile a giocare con le biglie.

 

Tutt’ora, quando ci penso, ricordo questi momenti stupendi, ricchi di innocenza e felicità. A volte si faceva una ‘granatina’ con la neve pulita imbevuta di vino rosso, rubato in cucina, mescolando ben bene il tutto; e via di nascosto a mangiarla dietro una siepe.

 

Non vi dico cosa succedeva se si veniva scoperti: quante sgridate e quante corse per scappare dalle botte che la mamma ci voleva dare col manico della scopa. E quante altre birbonate si combinavano...

 

 

 

 

 


Erano momenti stupendi che mi riesce difficile descrivere con poche parole.

 

La primavera era un periodo fantastico: riuscivamo a sentire ed ammirare l’inizio di una nuova stagione; le gemme sugli alberi, il profumo di fresco, i colori tenui e delicati dei prati in fiore.

 

Tornando da scuola, ci si fermava lungo i fossi a raccogliere le viole: quelle bianche erano le più rare. Se ne faceva un mazzetto unendovi qualche foglia verde e legandolo con dei fili d’erba che trovavamo così, a caso.

 

Poi lo si regalava con soddisfazione alla mamma perché lo mettesse in un bicchiere davanti all’im­magine della Madonna, nostra madre spirituale, che ci piaceva tanto. A Lei dicevamo ogni mattina ed ogni sera, prima di coricarci, le preghiere: c’era in noi la semplicità e l’innocenza di chi è in cerca di protezione.

 

Quando arrivava marzo si pensava sempre al vecchio proverbio: “a marzo ogni matto va scalzo”.

 

Ora potrà anche far ridere, visti i tempi che corrono, ma allora aveva un senso visto che si poteva davvero correre nei prati, il cielo era limpido e si respirava bene!

 

 

 

 

 


Quante volte da piccolo, ho corso scalzo appena dopo il taglio dell’erb­a pungendomi la pianta dei piedi! Ma correvo ugualmente, senza preoccuparmi del male e anche se a volte andavo a casa con qualche taglio non c’era spazio né per la paura né per le lacrime: il giorno dopo era come prima. Che sudate e quanta fame: si mangiavano certi panini con burro e zucchero che solo Dio sa con quanto gusto!

 

I piedi erano sempre sporchi di terra e del verde dell’erba ed a casa, una sgridata non ce la toglieva nessuno, così come il bagno in una tinozza o nel fosso vicino.

 

Le mani incallite di nostra madre ci strofinavano talmente tanto che i piedi cambiavano subito colore e diventavano rossi. Ragazzi, che tempi!

 

Spesso però dovevamo stare lì, buoni, se volevamo evitare le botte, anche se ci dispiaceva essere mal trattati, perché era come ci venissero tolti l’entusiasmo e tutta la bellezza vissuta giocando nei campi poc’anzi.

 

Era un mondo fantastico pieno di libertà espressiva e di possibilità di vivere noi stessi giocando agli indiani, a rincorrerci, o si inventavano i giochi più strani e fantasiosi in una dimensione priva di tempo e paura.

 

 

 

 

 

 

 

La sera le urla di nostra madre, che noi vivevamo come il richiamo dei “tam tam” del gioco, ci richiamavano alla realtà costringendoci molto a malincuore a lasciare tutto, anche la nostra fantasia creatrice, per rientrare in casa tentando di sfuggire alle immancabili sgridate e poi cenare ed andare a letto a rigenerare le energie per il successivo giorno di scuola.

 

Da bambino adoravo costruire aquiloni recuperando in un modo o in un altro della carta adatta (quella sottile), e qualche pezzo di canna secca o le stecche degli ombrelli rotti: l’aquilone “era”, la libertà.

 

Ne legavo il filo ad un albero e poi lo scioglievo affinché potesse andare più in alto possibile.

 

Era come inviare una lettera al cielo per esprimere un desiderio, la voglia pazza di felicità e di libertà! Erano momenti semplici, belli ed indimenticabili che tutt’ora vorrei rivivere anche se gli anni sono trascorsi in fretta, troppa fretta!

 

Allora non si desiderava crescere perché si stava troppo bene così ed adesso, da adulti vorremmo ritornare bambini, per ritrovare quei momenti magici che la vita adulta non dà.

 

 

 

 

 

 


L’estate era sempre magica, ricca di giochi e giornate di sole. Ci sedevamo in riva ai fossi e osservavamo per ore ed ore gli insetti che camminavano tra le foglie, vivendo affetto e tenerezza.

 

Con essi, nasceva il desiderio di diventare piccoli piccoli per scoprire quel mondo ricco di semplicità e magia. Loro non dovevano andare a scuola e in ogni caso, se ci andavano, non avevano certo una maestra antipatica e severa come la nostra.

 

A volte ci immaginavamo insetti parlando tra di noi come pensavamo facessero loro, oppure camminavamo a quattro zampe tra l’erba sporcandoci i pantaloni, che poi tentavamo di pulire sbattendoli con le mani senza successo, finché non tornavamo a casa e la mamma al solito, ci sgridava o ci picchiava.

 

Nella nostra innocenza, la maledivamo strofinandoci il punto che doleva; poi via a correre come prima. Se lo tenesse pure il vantaggio di essere grande, cosa c’entrava­mo noi?

 

Tornando da scuola ci si fermava ad osservare i tronchi degli alberi e le foglie che il vento faceva ondeggiare: era una cosa stupenda! Anch’io, da bambino desideravo essere cullato dalla mamma come il vento faceva con le foglie...

 

E mi soffermavo ad osservare le rondini volare e desideravo vivere il loro mondo, privo dei confini che limitavano me. Molte volte mi sono sentito piccolo ed indifeso di fronte alla bellezza dell’ambiente che mi circondava e mi portava a vivere in modo gioioso, spontaneità, pace e calore, che ne fanno parte.

 

Mi capitava di commuovermi per la bellezza delle sensazioni che vivevo e in quei momenti le lacrime non erano nient’altro che espressione di gioia e amore verso nessuno in particolare e tutti coloro che appartenevano al mio mondo.

 

Momenti fantastici che solo un animo bambino può vivere!

 

 

 

 

 

 

 


Anche l’autunno è sempre stato meraviglioso. Il cadere delle foglie trasmetteva pace, abbandono e voglia di riposare vicino al calore del caminetto, rimanendo sdraiati fantasticando sui giochi appena finiti.

 

Quante foglie sono cadute sulla mia vita, quanta gioia ho raccolto, quanta legna ho preparato per creare il calore desiderato, ma mai pienamente vissuto!!

 

Ed ecco che una mattina fiocca la neve, lenta lenta, coprendo di un manto bianco i prati, le strade e le case: una coltre di delicato velluto candido.

 

La prima neve è sempre stata una cosa magica. Il suo danzare donava gioia e portava il pensiero al Natale, alle renne, alle slitte di cui parlavano le fiabe, lasciando libera la fantasia nell’immaginare mondi lontani pieni di calore e colore.

 

Sui campi faceva pensare ad una coperta stesa dalla Natura per proteggersi dal freddo notturno. In quegli anni succedeva spesso che il ghiaccio gelasse la pompa dell’acqua di casa e mia madre tentava di impedirlo avvolgendola con la paglia secca e versandovi sopra, ogni mattina, dell’acqua calda mentre io spargevo briciole di pane o semi di grano in cortile perché gli uccellini potessero mangiare.

 

 

 

 

 


I grandi invece preparavano trappole per i passeri: sollevavano da terra con un bastone la tavola che le donne usavano per fare il bucato e vi nascondevano sotto dei semi.

 

Poi, il bastone si poteva facilmente rimuovere, tirando uno spago al quale era legato, facendo così cadere  la tavola.

 

Gli adulti si nascondevano aspettando che un malcapitato passero attirato dal grano, cadesse nel tranello e tiravano il filo che trasformava l’innoc­uo strumento di pulizia in una trappola a volte mortale.

 

Ed ora, mentre osservo giorno dopo giorno, alimentare di aggressività e insoddisfazione la crescita dei nostri figli, attirandoli dentro la trappola in cui noi siamo caduti per aver creduto alle false promesse del benessere, mi scopro a desiderare di rivivere ognuno di quei momenti, ricostruendone la traccia attraverso i segni che hanno lasciato dentro di me.

 

 

 

 

 

 

 


Quanto è diverso il mondo in cui ora vivo, da quello della mia infanzia!

 

Così, come feci io, vi invito  a camminare sui prati e ricordare il mondo della fanciullezza. Non varrebbe la pena di salvarlo, per i nostri figli? E per noi?

 

 

 

 

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