Centro Naturalista Italiano

 

PANAKEIA

 

Dialogo aperto

                                                                                                            Nota: il nome utilizzato è puramente occasionale

 

 

 


L’ALCOLISMO DISTRUGGE LA VITA

 

 

 

 

Mi chiamo Selenia.

         

Ho 24 anni, è da poco che convivo con il mio ragazzo. Sto attraversando un momento particolare della mia vita. Forse mi è difficile descrivere la mia storia: qualche anno fa, ho conosciuto Michele. Erano momenti bellissimi ci si trovava in tutto. A lui è morta sua madre, da quel giorno è diventato irriconoscibile dandosi all'alcool. Alle volte, quando è nervoso, mi picchia. Per me la vita è una "confusione" insostenibile. Da una parte mi dispiace andarmene via da lui, perché gli voglio ancora bene, ma dall'altra parte la mia vita diventa sempre più schiava del suo stato. Ho trovato il coraggio di scrivere, solo per raccontare a qualcuno il mio stato, augurandomi di essere compresa visto che con Michele mi è difficile dire la verità, che mi sta lentamente, ammazzando la vita. Perdonatemi! Vi ringrazio molto. Ho molta stima di voi.  Mantenetevi così. Mi piace molto questo periodico, non solo per ciò che riportate, ma per la sincerità che trovo nei vostri scritti. Grazie di cuore.

 

 

 

 

Selenia, la sua storia mi colpisce nella più intima sensibilità. Le auguro di affrontare una scelta di vita nel miglior rispetto del suo sentire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La madre di Michele beveva già da prima che lui nascesse. Anche suo padre aveva qualche problema con l'alcool. Perciò nella sua famiglia già esisteva una precedente predisposizione all'alcoolism­o.

 

Suo padre se la prendeva spes­so con sua madre: urla, litigi, a volte volavano piatti, e così dicendo ...

 

Michele mi raccontava che per lui era normale vedere suo padre e sua madre appesi alla bottiglia.  Non c'era nulla di strano. Crisi depressive, violenza, erano all'ordi­ne del giorno. Più di qu­alche volta veniva picchiato senza nessuna ragione.

 

Solo quando fu un po’ più grande prese coscienza che la sua famiglia era fuori del normale, e che i genitori dei suoi compagni di scuola erano molto diversi.

 

A quel tempo Michele si sentiva emarginato, un diverso rispetto ai sui amici, inoltre si vergognava della sua famiglia: lui non  poteva mai invitarli, a casa sua. Era come se fosse un handicappato.

 

Detestava confidarsi con qua­lcuno, gli dava fastidio che conoscessero la storia della sua famiglia.  Per un lungo periodo Michele, non mi ha confidato dove abitava. Se alle volte glielo chiedevo, cambiava velocemente discorso. Capii che gli dava fastidio, solo il fatto che io involontariamente, in qualche discorso mi riferissi a suo padre o a sua madre.

 

Michele è cresciuto da solo, senza amici. Una vita introversa, rabbiosa, e soprattutto priva di fiducia verso sé stesso e la gente.

 

Mi raccontava che ha tentato più volte di parlare con suo padre e sua madre perché la smettessero di bere così bramosamente, ma non è riuscito a scomporli per niente. A Michele sembrava che tutto il mondo gli fosse contro. Più volte ebbe voglia di buttarsi sotto il treno, per farla finita con la sua vita, priva di senso.

Il coraggio gli è sempre mancato per compiere quell'at­to infame.

 

Dopo la morte di sua madre, si sentì, tremenda­mente cambiare: nella sua vita niente aveva più senso, neanche l'amore che gli donavo.

 

Così cominciò a bere. Quando usciva di casa sbat­teva la porta, più volte dicendomi: "Me ne sbatto anche di te,  Selenia! Se te ne vuoi andare: vattene! Non mi interessa più  niente, che vada a fanculo tutto, sono stanco di questa vita stupida, priva di senso, ho solo voglia di morire in pace!".

 

Da quel tempo, raramente, dopo il lavoro, viene a casa: si ferma qua’ e là. Sp­esso, lo trovo assieme a  gente  priva di morale. E' fuori di sé. Forse per lui è un tentativo di attirare l'attenzio­ne nei suoi confronti. O forse è soltanto il bisogno di sfogare la rabbia che inconsciamente lo tormenta dentro, per tutte le cose che fin a quel tempo lo avevano afflitto, negandogli la bellezza della vita, degli amici, e ancor di più: di sua madre.

 

 

 

 

 

 


Non tanto tempo fa, mi recai presso un centro di "Alcoolisti Anonimi" formati da gruppi familiari. I partecipanti sono serenamente avvicinati dai loro amici e figli, anche se adole­scenti, al fine di ristrutturare la loro sensibilità al ritorno di una vita normale gestita dai canoni della tradizione.

 

Già dalla prima riunione, Michele, conobbe altre persone afflitte dallo stesso problema che

parlavano il suo linguaggio, ossia, sapevano cosa significasse vivere e crescere in una famiglia di alcolizzati.

 

Egli non sempre riusciva ad esprimere il risentimento che provava verso la vita, ma nonostante ciò, frequentava volentieri questo centro: per lui era un mondo, nel quale non si sentiva né giudicato né criticato.

 

Negli ultimi tempi, lievi miglioramenti si ri­scontrano in Michele, anche se più di qualche volta ritornano ancora forti quegli stati di panico co­ntro la vita, e la gente.

 

In alcuni casi mi chie­de perdono per il suo comportamento nei miei confronti. Si sente in colpa invitandomi a la­sciarlo solo, perché non è giusto che io ami o sopporti una persona “vegetale” come lui.

 

Non sempre mi è facile accettarlo. Non so come com­portarmi di fronte ai suoi stati di disinteresse nei miei confronti, è come fossi uno straccio da sbattere sotto i piedi. Sono ancora molto giovane per sentirmi ammazzare così, senza alcuna ragione. Forse se ho un torto, è quel­lo di essermi innamorata di lui. Ma ora la vita mi è difficile, non conosco più il profumo del ridere, del gi­ocare all'amor­e, è già da tempo che non ci scambiamo più coccole.

 

I miei genitori mi invitano a ritornare a casa. Capiscono che non è vita per me. Ho voglia di amicizie, di divertirmi per dar ragione ai miei 24 anni ancora freschi di voglia di vivere. Michele, continua a star male. Sono scontenta, non riesco ad accettare il suo nuovo interesse nei miei confronti, la sua nuova autorità: mi sembra assurdo tutto quello che mi dice. Non è una cosa che si esprima con dinamicità, ci vuole sempre molto tempo per arrivare a proposte concrete di soluzione, e alla fine non si arriva mai a niente, è come stessi vivendo un mondo di illusioni che mi colpiscono tremendamente al cuore.

 

Parla, parla tanto, ritardando sempre di più il recupero di quel suo tempo perso.

 

Fiducia ne ho tanta e più volte prego Dio per un miracolo.

 

Michele mi cerca, ed è sempre più geloso di me, vuole­ sapere dove vado, se mi vede parlare assieme ad un uomo, si arrabbia e mi picchia, dicendomi che sono una porca e che non lo devo tradire.

 

Non è niente vero! Due volte mi ha visto con un uomo. Uno, era mio zio, preoccupato di ciò che mia mamma gli aveva raccontato. Mi sono fermata a parlare con lui ringra­ziandolo per quello che sarebbe stato pro­nto a fare per me. L'alt­ro era mio fratello, che abita lontano da casa mia e che Michele non aveva mai visto prima.

 

Senza chiedermi nessuna ragione, ritornata a casa, mi strappò la camicia, la gon­na, e gli slippini gettandomi sopra il letto per far l'amore. In quei momenti diventavo feroce più di una bestia, graffiandolo profondamente con le unghie in più parti del corpo. E' un'esperien­za terribile, che non riuscirò più a dimenticare.

 

Lui si giustificava dicendomi che desiderava far l'amo­re solo per sentirmi ancora sua. Aveva paura di perdermi.

 

Questa sì che è uno schifo di vita!

 

Un giorno lo misi alle strette, minacciandolo che se non fosse cam­biato me ne sarei andata.

 

Dopo qualche giorno, con meraviglia notai qualche suo cambiamento, non del tutto sostanziale, ma era un po’ più umile e cortese nei miei confronti.

 

Ancora  non l'avevo perdonato del tutto. Forse cominciai a farlo una sera in cui, a gruppi riuniti, si festeggiava il suo compleanno. Michele, mi sorprese, qua­ndo prese parola nel ringraziare il fatto che loro "p­erfetti sconosciuti", fossero riusciti là dove lui, era da anni che si corrodeva per uscirne fuori. Affermò che più di una volta ha avuto la tentazione di uccidersi per farla finita, perché si sentiva di peso verso tutti.

 

Dopo questa sua affermazione si rese conto che era una sensazione comune, che più o meno quasi tutti hanno provato nei momenti di crisi. Ed è per questo che molta della loro rabbia, apparentemente disdicevole, non era nient'alt­ro che una reazione di recupero dei propri sentimenti.

 

Michele, da quella sera iniziò ad accettare l'alcolismo come fonte di rifugio della sua confusione,  impegnandosi verso sé stesso ad uscirne. Ha preso coscienza che il bere non lo avrebbe portato a niente se non ad una morte sicura. Ora è' giunto il tempo, anzi lo è sempre stato, di imparare a prendersi cura di se stessi.

 

 

                        Vi ringrazio Selenia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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